Nota di Lillo Oceano (Cgil) sulla crisi cittadina e la valutazione delle possibili soluzioni

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«Le difficoltà del nostro Paese, la crisi dell’Italia, è il declino produttivo, ma è soprattutto crisi occupazionale e di reddito. Chiudono le imprese o vivono una condizione di straordinaria difficoltà economica e di commesse, perdono il lavoro centinaia di migliaia di lavoratori o e almeno altrettanti perdono quote rilevanti di reddito per via del ricorso agli ammortizzatori sociali o a contratti di solidarietà. In questa situazione una condizione più grave subiscono le giovani generazioni, che oramai vivono una vera e propria alienazione dalla condizione lavorativa, di esclusione dal lavoro come condizione naturale e costante dell’età adulta. In questa crisi i contratti precari e atipici sono stati i primi a cessare non venendo rinnovati alla scadenza». Così interviene Lillo Oceano, Segretario generale della Cgil, sulla crisi che imperversa in città.

«Se queste sono le difficoltà attuali in Italia e in altri Paesi Europei, le caratteristiche che assume la crisi nella nostra provincia, a Messina, sono drammatiche. Abbiamo troppe volte letto e analizzato — scrive in una nota il segretario della Cgil — i fenomeni per come si presentavano e ne abbiamo prima previsto e poi raccontato le conseguenze sulla condizione di lavoratori, pensionati, delle loro famiglie, sul tessuto produttivo già molto debilitato. Il nostro è un territorio che negli ultimi trent’anni non è riuscito a immaginare, programmare e rinnovare il proprio sistema produttivo, che non ha saputo investire sulle proprie risorse, sulle competenze, sul saper fare. A questo si è aggiunta la perdita di rilievo della nostra provincia e delle sue classi dirigenti nel contesto nazionale e regionale.

Un lento ma inesorabile processo di impoverimento culturale, economico, sociale e politico. Tutto ciò ha reso sempre più rare le autonome iniziative imprenditoriali, registrato un declino culturale, depauperato il patrimonio ambientale e paesaggistico, disperso le vocazioni consolidate della nostra gente, costretto le migliori intelligenze a emigrare, ridotto la qualità della vita in tuti i suoi indicatori.

Nella gestione pubblica la classe politica, invece di reagire al declino, da un certo momento in poi ha assecondato gli istinti e gli atteggiamenti tipici di una comunità in fase regressiva. Si sono favoriti, quando non promossi, i comportamenti basati sullo sfruttamento della rendita parassitaria anche approfittando dei beni collettivi e delle risorse pubbliche; incentivando il sistema delle clientele a tutti i livelli.

Si è depredata la Pubblica Amministrazione, gli enti locali ma anche le aziende ospedaliere e le società partecipate, concependola come un bottino di guerra: chi ha vinto la disfida elettorale ha utilizzato le risorse pubbliche per accrescere il proprio consenso, per occupare i posti chiave a prescindere dalle competenze, per gestire gli appalti e affari, far assumere i propri amici/familiari/sostenitori.

Purtroppo il contesto sociale del nostro territorio non si è saputo ribellare a questa condizione, favorendo il processo degenerativo e di impoverimento generale. Le conseguenze ,infatti, sono gravi: se è vero che alcuni ne hanno tratto vantaggi sproporzionati, ingiustificabili e a volte illeciti, molti hanno perduto reddito e prospettive di vita, se è vero che i giovani vivono qui una condizione ancora più difficile rispetto al resto del Paese, se si sono insomma acuite condizioni di diseguaglianza insopportabili, è ancor più vero che tutta la nostra provincia si è complessivamente impoverita, distruggendo risorse, tessuto imprenditoriale, sprecando opportunità e compromettendo la qualità del prossimo futuro.

Le crisi di oggi, come quelle di ieri (Sanderson, Pirelli), sono il frutto di questo processo: la chiusura di importanti aziende o la perdita di ruolo delle stesse, Birra Messina/Triscele, Cantieri Rodriquez, Sicilia Limoni, Fiera, Aicon, settore Tessile, etc , ne sono il frutto avvelenato. Anche la crisi delle Pubbliche amministrazioni e delle partecipate è in gran parte frutto di quel processo degenerativo, anche senza trascurare le dinamiche complessive che riguardano la forte contrazione dei trasferimenti operata dai governi nazionali. Come pure alla perdita di autorevolezza e ruolo dei rappresentanti della nostra comunità vanno ascritti, almeno in parte, i tagli che abbiamo subito nei trasporti, nelle sedi periferiche delle pubbliche amministrazioni statali, la cancellazione degli investimenti nella realizzazione delle infrastrutture. Se si condivide questa analisi, appare evidente che per modificare questa condizione serve un cambiamento profondo di approccio.

Ma soprattutto che servono idee forti e proposte specifiche per far ripartire questo territorio. Serve un progetto, un piano che non si limiti a dire come che si deve aggiustare l’Atm o valorizzare le aree industriali, o ancora che non si può fare macelleria sociale o che bisogna salvare la bellezza o la cultura, salvaguardare l’ambiente e il territorio. Sono tutte cose necessarie ed encomiabile e positivo che queste affermazioni di principio e dichiarazioni di intenti tornino nel linguaggio della politica. Ma da sole non sono sufficienti a tirarci fuori da questa grave crisi. Serve di più. Bisogna ripartire da elementi valoriali, quali il lavoro produttivo e la produzione di beni , la valorizzazione delle risorse radicate nel territorio, la tutela ambientale, la salvaguardia dei beni collettivi, il rispetto delle regole e la legalità e attorno a questo costruire i percorsi che possono consentire il riscatto della nostra comunità.

Bisogna partire dal funzionamento degli Enti Locali che amministrano il nostro territorio, iniziando dalla Provincia e dal Comune capoluogo che devono essere risanati sul versante finanziario ed economico, riorganizzati sul piano burocratico e funzionale. Si deve uscire da una impostazione per la quale gli enti locali si occupano soltanto dei servizi che possono erogare e sono praticamente estranei alle dinamiche socio economiche del territorio. Per ciò che attiene alle risorse finanziarie bisogna ridurre sprechi e clientele, razionalizzare la spesa e orientarla al raggiungimento degli obiettivi di programmazione economica, combattere l’evasione fiscale e tributaria, saper intercettare fonti di finanziamento europei, prevedere investimenti per incentivare, sostenere, orientare le attività economiche: inconcepibile che i due principali enti della 13a città italiana non offrano alcun supporto al sistema delle imprese o al tessuto produttivo complessivamente inteso. Individuare e risorse necessarie ad innescare un processo di infrastrutturazione.

Quando c’è una crisi aziendale, di settore o di filiera, il Comune e la Provincia devono essere protagonisti della soluzione, non è sufficiente la petizione alla Regione o allo Stato. Se gli enti locali non sono protagonisti dello sviluppo, semplicemente non c’è sviluppo.

Sul piano organizzativo è fondamentale riorganizzare macchine amministrative che nelle condizioni attuali non sarebbero in grado di sostenere e supportare il cambiamento necessario, e chiaramente non per responsabilità dei singoli lavoratori ma per la ragione che l’idea posta a base della struttura è basata su competenze mediocri e di nessuna ambizione, la sua organizzazione materiale vincolata alle esigenze del consenso politico e della clientela. Conseguire rapidamente le competenze necessarie per partecipare attivamente, e con percentuali significative di successo, ai bandi europei e a tutti i canali di finanziamento, come quelle necessarie alla informatizzazione dei processi, alla costruzioni delle reti intelligenti, alla realizzazione di una nuova programmazione urbanistica, sociale ma anche economica. Il governo locale, infine, deve essere interpretato come luogo capace di fare sintesi e coordinamento delle potenzialità pubbliche e private del territorio. Assumendo un’idea di sviluppo, le modalità della sua realizzazione, le risorse necessarie. Mettere assieme le comunità, le università, gli enti di ricerca, il sistema delle imprese, il terzo settore, il volontariato, le parti sociali indicare il cambiamento possibile, il riscatto necessario. Avviare i percorsi per ricostruire un tessuto produttivo, partendo dalle nostre risorse, dai nostri saperi, dalle nostre vocazioni, dalle nostre abilità. Partendo da ciò che c’è, immaginando ciò che potrà esserci.

Per queste ragioni la sfida delle prossime amministrative è una sfida importante. Ho la sensazione che le modalità, la strumentazione, le idee con cui si stanno approcciando forze politiche e movimenti civici non siano ancora idonee per affrontare questa sfida. Ma sono anche convinto che possiamo farcela, offrendo ciascuno il proprio contributo e ricercando, con ostinata determinazione, un progetto condiviso».

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