Corte d’Appello. Felice Calabrò propone le “soluzioni”

Felice Calabrò ballottaggioIl Ministero di Grazia e Giustizia vuole sopprimere la Corte di Appello di Messina e Caltanissetta. Parecchi gli appelli da Istituzioni, Ordine degli Avvocati, Anm, a questo coro si aggiunge anche la voce di Felice Calabrò di AreaDem Pd che in un comunicato stampa esprime il proprio punto di vista. Ecco il testo:

“Domani giorno 31 luglio il Civico Consesso, in seduta straordinaria e con l’intervento delle istituzioni e associazioni del settore, nonché della deputazione regionale e nazionale, è chiamato a dibattere sulla paventata soppressione – e/o trasferimento – della Corte di Appello di Messina. Soppressione figlia della riforma che, nelle aspettative del governo, dovrebbe garantire la razionalizzazione dei distretti giudiziari. A prescindere dalle valutazioni di merito che ognuno può o meno avere ed esprimere sull’iniziativa governativa rispetto all’impatto della stessa sotto il profilo dell’efficacia ed efficienza del servizio giustizia in senso lato e, ancora, sulla facilità o meno garantita ai cittadini di accedere al detto servizio essenziale (vitale), preme in questa sede fare delle brevi riflessioni che evidenzino le possibili interazioni (positive e negative) tra le scelte di carattere locale e la riforma predetta.

Com’è noto, l’obiettivo perseguito (auspicato) dall’esecutivo, attesa la rivisitazione dei criteri posti alla base della dislocazione sul territorio nazionale delle sedi di Corte d’Appello, consiste per la nostra regione nel mantenimento della sola Corte di Appello di Palermo, con la conseguente soppressione della altre tre sedi attuali, Catania, Messina e Caltanissetta”.

“Questo disegno ha suscitato la ferma opposizione dei vari territori e delle diverse realtà. Nei contesti richiamati, infatti, a gran voce si sono levate le censure e, nel contempo, sono state rappresentate le ragioni del mantenimento dello status quo, come del resto  – opportunamente e legittimamente – è stato fatto in riva allo stretto. La preoccupazione vera, quindi, che abbiamo il dovere di rappresentare, evidentemente per tentare di superarla indenni, consiste nella valutazione delle nostre argomentazioni al cospetto delle altre. Infatti, non è peregrina l’ipotesi che poi – alla fine della fiera – per soddisfare le esigenze rivendicate dai territori si possa giungere a soluzioni di compromesso, che si tradurranno nel mantenimento di qualche altra sede (1 e/o 2???) oltre a quella del capoluogo regionale.

“Allora, nella ipotesi, come detto peregrina, ma non utopistica , come arriverebbe la nostra città a questa scelta? Con quali carte parteciperebbe ad una così rilevante partita? Quali sarebbero le chance di successo?”.

Sono diverse le argomentazioni che nella detta eventualità potrebbero e dovrebbero essere utilizzate a sostegno del mantenimento nell’ambito del nostro territorio della sede di Corte di Appello, sebbene ve ne sia una davvero rilevante – se non fondamentale – che è strettamente connessa alle scelte (o non scelte) della locale amministrazione. Mi riferisco evidentemente alla realizzazione del secondo palazzo di giustizia.

Sono trascorsi ormai oltre sei anni dal diktat dell’allora Guardasigilli, on. Alfano, che intimando la celerità nell’investimento dei finanziamenti ministeriali, pena la perdita degli stessi, imponeva al sindaco del tempo di rompere gli indugi e decidere. La decisone partorita è consistita poi nella ricerca sul mercato di un immobile già pronto, che avesse determinate caratteristiche, per destinarlo a secondo palagiustizia.

In questi sei anni, sebbene si siano succeduti sindaci e commissari, nulla è cambiato, nella realtà nessun passo in avanti è stato fatto, anzi si acuiscono i problemi ed i rischi connessi al ritardo ed all’inerzia.

L’idea perseguita dall’attuale amministrazione, ovvero realizzare il secondo palazzo di giustizia nell’area che oggi ospita l’ospedale militare – vecchia idea dai più perorata – per quanto affascinante, e certamente in astratto condivisibile, si scontra con la necessità dell’urgenza e della chiarezza. Occorre chiarire – oggi, e non domani – con atti ufficiali la reale volontà del Ministero della Difesa a rinunciare a tale area in favore del comune di Messina. Per converso, occorre individuare un’area idonea ad allocare il Dipartimento Militare di Medicina Legale, fiore all’occhiello del settore, area che certamente non può essere quella prospettata di Via Bonino. In assenza di ciò occorre immediatamente virare e sfruttare le ipotesi esistenti, peraltro concrete e fattibili, quale quella relativa alla casa dello studente. Invero, non si ricorda a memoria d’uomo una simile sinergia, ovvero una situazione in cui i vari soggetti istituzionali interessati avessero alacremente e celermente condiviso una scelta, bastian contrario è rimasto solo il comune.

Inoltre, attesa la complessità della vicenda e le contigue implicazioni ad essa connesse, la scelta si impone anche per porre fine – o meglio – per tutelare l’ente dalle diverse querelle giudiziarie – cause per risarcimenti milionari – in atto. È opportuno rammentare, infatti, che l’attuale inerzia gioca a favore di tutti coloro i quali, partecipanti al bando del 2009 concernente l’acquisto sul mercato di un immobile idoneo ad ospitare il palagiustizia satellite, ritengono di essere stati lesi nelle loro aspettative. A tal uopo sarebbe davvero salutare che l’amministrazione attiva desse seguito agli indirizzi formulati dal Civico Consesso, e con delibera del 2013 prima e con ordine del giorno del 2014 dopo, come peraltro consigliato in più occasioni dal Dirigenti del settore.

Infine, per essere sicuri di non fare i conti senza l’oste, sarebbe il caso di ottenere dal Ministero della Giustizia, tramite documenti ufficiali e non semplici rassicurazioni verbali, certezza in ordine alla persistenza dei finanziamenti ed alla loro reale consistenza. Non vorrei, infatti, che qualche solerte burocrate ministeriale, stante l’ormai risaputa inerzia amministrativa di cui soffre la città di Messina, esercitando esperimento di sostituzione, decidesse al nostro posto, realizzando, peraltro, il massimo profitto per le casse statali. Basta fare, infatti, il seguente semplice esercizio di concatenazione fattuale, ovvero: la riforma prevede la razionalizzazione dei distretti giudiziari, indi la soppressione di alcune sedi di corte d’appello; tale soppressione determina la liberazione e, conseguentemente, la disponibilità dei locali resisi liberi; a Messina, attesa la cronicità dei ritardi e la persistente inerzia, grazie alla disponibilità dei locali garantiti dall’esecuzione della riforma – dunque soppressione Corte di appello – si può finanche ritirare il finanziamento concesso per l’esecuzione di un’opera rispetto alla quale da oltre 20 anni si discute, ma in concreto nulla è stato fatto, se non creare occasioni per cause milionarie. Paradosso: addirittura lo stato risparmia; conseguente promozione e indennità di premio per l’ottimo dirigente ministeriale che in un nulla ha deciso al posto nostro, concretizzando diversi risultati.

A parte i paradossi e le provocazioni – però non così lontani dalla realtà degli odierni contesti -, la delicatezza del momento impone la decisione, impone per chi ha l’onore e l’onere di amministrare l’assunzione di responsabilità, impone di decidere. Nessuno può permettersi di innamorarsi delle idee, che potrebbero rimanere chimere, a discapito degli interessi di un intero territorio, che va oltre i confini comunali.

Il tempo delle chiacchiere in riva allo stretto, invero, è scaduto ormai da tanto tempo, oggi occorre, con determinazione e fermezza, avere il coraggio delle scelte”.

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