Un sostegno alle famiglie disagiate. I piccoli grandi passi de “Gli Invisibili”

InvisibiliTra le immagini che il termine “invisibili” vi richiamerà alla mente ci sarà sicuramente quella dei senzatetto che vivono per le strade. E chi è il senzatetto, l’invisibile, molti lo sanno per sentito dire, per un’idea che nel tempo si è radicata nell’immaginario comune. Un’altra realtà — frutto di una crisi che miete vittime senza alcuna distinzione — ha contribuito però a ingrossare le fila di questo gruppo di disperati. Li hanno anche chiamati  “nuovi poveri”: famiglie che prima avevano un lavoro ed erano pienamente inserite nel tessuto sociale e che in seguito alla perdita dell’impiego, non contribuendo più a oliare gli ingranaggi di una società che rispetta regole precise — spesso crudeli — li ha relegati ai margini.

Nel libro Un indovino mi disse, il giornalista Tiziano Terzani scriveva: «I fatti non registrati non esistono.[…] Se non c’è qualcuno che raccoglie una testimonianza […] è come se quei fatti non fossero mai avvenuti!». A squarciare il velo dell’ “invisibilità” e offrire una speranza di reinserimento a chi è stato messo in ginocchio dalla crisi — questa entità di cui tutti parlano, a suo modo anch’essa invisibile, dagli effetti pratici devastanti sulle famiglie — ogni giorno, con la sua rete di volontari e cittadini di buona volontà, si impegna l’Associazione messinese “Gli invisibili”. Le tre fondatrici — Cristina Rossitto Puglisi, Tiziana Baccarella e Antonella La Fauci — hanno raccontato l’altra faccia della povertà, quella che non ha scelto ma che non ha avuto scelta. 

Come nasce l’associazione “Gli Invisibili”?

«Noi, in realtà, nasciamo dal nulla. Abbiamo cominciato a dare assistenza ai senzatetto a ottobre. Alla stazione vivono circa 30 persone, una di queste soggiorna lì ormai da 25 anni. Abbiamo capito che la loro, nel 90% dei casi, è una scelta di vita. Per un mesetto siamo venuti a contatto con questa realtà e con le numerose associazioni che aiutano i senzatetto. Purtroppo, manca un dormitorio ma non sono abbandonati, perché tutti i giorni della settimana c’è un’associazione che dà loro supporto».

A un certo punto, però, il gruppo cambia. Quando è avvenuta la svolta?

«Il gruppo era già nato a ottobre; ci muovevamo per i senzatetto. In questo contesto, si è inserita una famiglia che ci ha contattato privatamente. E quando è una madre a chiedere aiuto — perché priva di risorse per mandare avanti il proprio nucleo familiare — il discorso cambia. È a quel punto che il gruppo svolta. È la prima famiglia che abbiamo conosciuto. La loro situazione era davvero grave! Alcune persone del nucleo familiare avevano persino problemi di invalidità e tiravano avanti con un contributo minimo che non gli permetteva di avere da mangiare per tutto il mese. Profondamente colpite da questo incontro, abbiamo capito, in quel momento, quale sarebbe stata la nostra strada. Questa è stata la prima famiglia, poi sono arrivate le altre».

Come entrate in contatto con le famiglie che vivono queste condizioni di disagio?

«Si è creata una rete solidale che ce le segnala o sono loro stesse a contattarci. In seguito, noi andiamo a conoscerle e, se rientrano in determinati canoni di bisogno, scatta il nostro sostegno. Prima, però, ci accertiamo che sia veramente così, perché se diamo a terzi quello che altri hanno donato ci sentiamo moralmente responsabili e dobbiamo essere sicuri al 100% che la necessità sia reale. Proprio per questo, gli incontri iniziali li facciamo io (Cristina), Tiziana e Antonella, le tre socie fondatrici.

Sulla pagina Facebook del gruppo si legge: «Dare alla parola “Solidarietà” un significato reale e operativo». Qual è l’obiettivo del vostro sostegno?

«Noi non ci inoltriamo in territori socialmente disagiati, le persone a cui offriamo un supporto sono povere a causa della crisi. Sono persone che avevano un lavoro e che lo hanno perso. Il nostro obiettivo non è quello di fare assistenzialismo. Ci accertiamo sempre che il bisogno di queste persone sia reale ma provvisorio. Le aiutiamo con il fine che riescano a reinserirsi pienamente nel tessuto sociale, dal quale sono state emarginate per questioni di natura economica».

Come vi muovete sul territorio?   

«Intanto, abbiamo scelto di non maneggiare denaro. Esiste una cassa comune con pochi spiccioli per le esigenze extra (es. un termometro particolare, da comprare in farmacia, per un bambino), ma quello che accettiamo, in realtà, è la spesa che i cittadini offrono. Tutto ciò che riceviamo viene distribuito alle famiglie dai volontari».

Esattamente, accertato il bisogno, come avviene questa presa in carico delle famiglie?

«Dopo aver conosciuto il primo nucleo familiare abbiamo trovato un’altra famiglia che, dall’altra parte, si è dimostrata disponibile a sostenerlo per un intero anno. È stato a questo punto che abbiamo pensato di lanciare il progetto “Adotta una famiglia”. Tutto si svolge in totale anonimato. Le due famiglie, infatti, non si conoscono; chi dà lo fa semplicemente per l’amore di donare. A portare la spesa a destinazione è il volontario. La famiglia adottata sa comunque che tutto ciò che riceve arriva, in linea di massima, da quella adottante. Attualmente abbiamo preso in carico circa 10 famiglie, per un totale di  53 persone, di cui 23 bambini, tutte adottate».

Se ci sono delle famiglie adottanti, tutta la spesa extra che viene recapitata nella vostra sede a chi è destinata?

«Non possiamo pretendere dalle famiglie che si sono offerte di sostenere quelle povere che spendano 40 euro a settimana. Così integriamo anche con quello che ci viene donato dalle altre persone. Tutto quello che rappresenta un ulteriore extra va, invece, a coloro che l’associazione non ha preso in carico costantemente».

Oltre i generi alimentari quali sono le richieste che ricevete e/o fate più spesso?

«Dipende, noi accettiamo anche degli abiti usati, in buone condizioni, ma solo su richiesta, non facciamo incetta. Teniamo sempre presente che i destinatari di questi capi di abbigliamento sono famiglie normali che si trovano in una situazione di disagio. Dobbiamo offrire loro quello che anche noi indosseremmo, non gli scarti, per rispettare il fondamentale principio della dignità umana. Una mamma ci ha anche scritto che il proprio figlio aveva chiesto come regalo una playstation usata e c’è chi gliel’ha donata. Ci sono anche persone che, ad esempio, hanno offerto una tv, un computer».

A parte i volontari che collaborano con l’associazione, qual è stata la risposta dei messinesi?

«Sono stati meravigliosi. Non ci aspettavamo così tanta partecipazione. Se mettiamo un annuncio sulla pagina facebook perché qualcuno necessita di qualcosa — da una bombola del gas a una coperta, a un pacco di pasta — c’è sempre qualcuno pronto a offrire ciò che cerchiamo. Il bar “Robert” si è persino reso disponibile a offrire tutte le torte per i bambini. Negli ultimi giorni, le persone hanno donato così tanto che ci siamo ritrovati con un surplus di spesa, distribuito a chi ci ha chiesto aiuto ma che non abbiamo potuto prendere in carico».

Che rapporto si crea con le famiglie?

«La gente ci mostra riconoscenza, ci esprime tanto affetto. Noi offriamo loro anche un sostegno emotivo e psicologico. Le famiglie stesse si stupiscono della risposta dei loro concittadini, poiché sono pienamente consapevoli che tutto questo non nasce dall’associazione, che è solo un tramite. Sapere di essere aiutate gli permette di non sentirsi sole e abbandonate. Un bambino è un bambino sempre in ogni condizione, ai bambini piacciono comunque i dolci e i giocattoli. L’infanzia non deve essere violata in nessun caso. Per quanto riguarda i genitori, sapere di non doversi preoccupare di cosa dare da mangiare ai propri figli è già un grande sollievo».

E i volontari come reagiscono quando vengono a contatto con queste realtà?

«La prima volta che incontrano le famiglie rimangono molto colpiti dalla precarietà, se non assenza di condizioni nelle quali sono costrette a vivere. In seguito, dicono di trarre molto beneficio dai rapporti con le famiglie: si crea un legame così profondo che finiscono col sentirsi sempre vicini. C’è stata una bambina ricoverata in ospedale e la volontaria è andata a trovarla tutti i giorni di propria iniziativa. Un’altra si è offerta di pagare l’affitto per tre mesi a una famiglia rumena che altrimenti sarebbe tornata in patria, con tanto dispiacere del loro bambino di 9 anni cresciuto in Italia, che non voleva trasferirsi  in un Paese sconosciuto. E questi sono solo alcuni esempi che dimostrano la grande generosità della gente».

Qual è il messaggio che volete far passare?

«Spesso ci sentiamo dire dalle persone: “Mi dispiace ma io non posso fare di più”. Alla fine, quel “non posso fare di più” si traduce in una tale quantità di prodotti da rimanere stupiti. Loro non sono pienamente consapevoli di quanto fanno ed è per questo che ci teniamo a ringraziarle tutti i giorni. Le ringraziamo costantemente anche su fb ma non possiamo solo dire grazie, riteniamo giusto tenerle informate, dire loro come ci stiamo muovendo, cosa abbiamo visto. Abbiamo trovato una realtà bellissima. Non c’è un motivo preciso per il quale facciamo tutto questo, quello che ci proponiamo è il raggiungimento degli obiettivi a piccoli passi. Al momento, stiamo anche sostenendo un’iniziativa del dottor Vito Francesco, un consigliere dell’Ordine dei Dottori Commercialisti, che è in sciopero della fame, insieme ad altri 345 colleghi, per chiedere un fisco più sostenibile ed equo».

A che cosa è dovuta la scelta del nome: “Gli Invisibili”?

«Per noi ha un duplice significato: quello di definire la condizione delle persone a cui offriamo sostegno e quello di definire noi stessi, il nostro operato. Il primo, perché se non hai un lavoro non sei nessuno, diventi invisibile, perdi gli amici, la casa, il cibo, la sicurezza e a volte perfino i parenti. Il secondo, riguarda noi che vorremo mantenere un profilo basso e muoverci nel pieno rispetto delle famiglie che vogliamo tutelare, alle quali diamo anche un sostegno giuridico. Diciamo sempre: “Peggio ancora del non fare sono le promesse disattese”. Se una famiglia viene sostenuta dall’associazione deve avere tutto il possibile, perché ha già perso molto, e se per dare a chiunque togliamo alle famiglie che stiamo seguendo, le priviamo di quel barlume di speranza, di quella sicurezza, che gli sono necessarie. Ecco perché, nostro malgrado, non possiamo prendere in carico tutti coloro che ne fanno richiesta. Ci muoviamo a piccoli passi». 

 

Giusy Gerace

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