….e allora io spero! Il “Manifesto” di uno studente. Uno che dovrebbe fare “Scuola”

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scolaresca anni 40“Sono uno studente all’ultimo anno del Liceo, un giovane e un cittadino. La mia scuola è in decadenza, è calpestata e sottovalutata; le mie ambizioni, armate di sola speranza e forza di volontà, scalano la rocciosa parete della vita, sanguinando e tremando sulle aride sporgenze di dubbio e di incertezza; la mia città è in dissesto, in ginocchio, in pericolo di sprofondare in un abisso di indifferenza e degrado. Provengo da una famiglia semplice e onesta, che paga le tasse, che fa i sacrifici che lo Stato le ha chiesto, che ne farà tanti altri per permettermi di proseguire nei più alti gradi dell’istruzione, scettica sul fatto che il 10 nei compiti di chimica e di italiano possa garantirmi una borsa di studio, che vive turbata da preoccupazioni che un umile lavoro non può alleviare facilmente.

E allora io protesto

Il Parlamento discute di un disegno di legge, il famigerato n.953, ex Aprea. Leggendone il testo, vedo parlare di “Trasformazione delle Istituzioni Scolastiche in Fondazioni” autonome, amministrate da enti pubblici e privati, deviate nell’orientamento didattico, macchiate da logiche di mercato, senza precisi e saldi diritti per gli studenti. Non è ammissibile: è antidemocratico, è anticostituzionale.

Il privato trarrebbe il suo profitto dalla Scuola Pubblica, sia economicamente che materialmente parlando: con la possibilità di influire sull’iter formativo degli alunni, modificandolo, storcendolo, sfigurandolo, depauperandolo, renderebbe gli Istituti nuove fonti di personale addestrato per lavorare nelle sue aziende, strappandogli via a forza il loro ruolo di liberi luoghi del sapere, di un sapere aperto, vasto, puro, privo di catene, deterrente del pregiudizio e dell’ignoranza e promotore del pensiero critico.

E allora io protesto

Altre tasse potrebbero aggiungersi, altre spese potrebbero gravare sulle spalle degli iscritti a queste scuole snaturate, e i finanziamenti degli uomini d’affari erti ad amministratori scolastici, alla lunga, tornerebbero nelle loro tasche, vuote sicuramente di buona fede e amore per i giovani. Giovani che, a loro volta, potrebbero ritrovarsi quasi esclusi dalla vita del loro stesso Istituto: nessuno garantisce che, in una scuola di 1200 alunni e 100 professori come la mia, non ci si ritrovi in Consiglio di Amministrazione (così lo definiscono nel ddl) con un solo Rappresentante dei primi e 8 dei secondi: la Scuola in questione sarebbe libera di farlo, forte del suo unico e nuovo Statuto, che, liberalizzato, non dovrebbe più curarsi dell’irrisoria ingerenza della Nazione. Ma qui c’è bisogno di certezze, c’è bisogno di tutela, c’è bisogno di una guida più forte, non si può lasciare il futuro dell’Italia in balìa ad un folle stravolgimento.

Esatto, perché è di futuro che si parla: gli studenti sono una risorsa straordinariamente grande, molto più del denaro, delle banche e dei privati. Nei giovani risiedono la conoscenza, le idee, i sogni, le passioni, la consapevolezza, l’acume, le capacità, i valori e tutti quegli strumenti che costituiscono la forza e la qualità di un Paese, che ne determinano la crescita e il miglioramento, che stanno alla base delle grandi opere e del funzionamento di una società così ampia e variegata. Ma vengono trascurati, sottovalutati.

E allora io protesto

La riforma va fatta investendo, non tagliando. Risparmiare sull’istruzione è il più grande errore che l’Italia possa fare, significa togliere alle nuove generazioni il cibo di cui nutrirsi per crescere, significa condannarsi autonomamente ad un futuro senza orizzonti. Si riducano piuttosto i costi della politica, si aboliscano i vitalizi, le pensioni e gli stipendi da capogiro. Si eviti di spendere 90 milioni di euro per acquistare un aereo da guerra e li si destini alla ricerca medica, che, anziché stroncare la vita, la allunga. L’Italia ha elargito fondi alle scuole private, nonostante l’Articolo 33 della nostra Costituzione proclami chiaramente che “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo stato”, e nel frattempo la scuola statale resta ancora meno cara e di migliore qualità, barcollante ma titanica al contempo di fronte agli attacchi della spending review, che elimina cattedre, personale e insegnanti di sostegno, e non prevede di certo nuovi finanziamenti.

E allora io protesto

Vogliono toglierci uno spazio che ci spetta di diritto, perciò noi ce lo riprendiamo, lo occupiamo. Abbiamo chiuso le porte ai ladri di sogni, avidi del nostro futuro, ma le apriamo con orgoglio all’istruzione: alunni e professori, di comune accordo, hanno assicurata la possibilità di svolgere regolarmente le attività didattiche, ma nel frattempo noi studenti ci aggreghiamo, ci confrontiamo, impariamo e costruiamo la scuola che vorremmo: una scuola libera, pubblica, gratuita, democratica, dalla quale si esca con una salda e trasparente preparazione in tutti i campi del sapere e con l’intenzione di metterci del proprio in questo mondo che dicono di volerci affidare. Conferenze, dibattiti, informazione e produzione sono all’ordine del giorno: rilasciamo interviste, sensibilizziamo i nostri compagni e realizziamo una serie di rivendicazioni e di proposte innovative da presentare direttamente al Ministero. L’occupazione non è una forma di protesta sterile e inutile, l’occupazione è un’occasione di crescita che chi non vive in prima persona non può comprendere, ma è anche la piattaforma operativa che consente alle menti che vi brulicano all’interno di uscire fuori da quelle mura con una consapevolezza rinnovata, con un obiettivo più preciso, con l’intento e il dovere di salvare il sistema e di sintetizzarne la cura.

Le aule sono meravigliosi nuclei di cultura, piccoli centri di costante fermento ideologico e intellettuale, i corridoi e i cortili sono i nodi della rete, in cui si intrecciano le menti, si coltivano i rapporti sociali, le amicizie, si scambiano e si diffondono sorrisi ed esperienze, in cui si tesse, filo dopo filo, il microcosmo più colorato e ricco di risorse da cui si possa attingere e sul quale un Paese possa puntare per risollevarsi da una crisi che l’ha condotto sull’orlo del precipizio.

Mi rivolgo a te, Italia: afferra la nostra mano sporca di inchiostro, aggrappati alle nostre spalle ricurve sotto il peso dei libri: ti offriamo il nostro cervello e tutto quello che è in grado di fare, ma dacci modo di farlo con passione, veemenza, dacci una palestra in cui tutti, indistintamente e senza barriere economiche e sociali, possiamo allenarlo con fatica ma con l’obiettivo che possa cambiare il mondo, dacci la nostra Scuola.

E allora io spero

 

Paolo Pino

 

Rappresentante degli Studenti
del Liceo Scientifico Archimede
Di Messina.

 

“Sono uno studente all’ultimo anno del liceo”. Comincia così la lettera di Paolo. Non è importante il cognome, non è importante neanche il liceo, uno dei tanti d’Italia, uno dei pochi a Messina. Paolo è uno dei tanti studenti in fermento di una scuola in fermento. Paolo è uno studente che “rompe” l’immagine che nel pensiero comune si ha degli studenti che in questi giorni hanno occupato scuole: quella del fannullone che si attacca al problema nazionale per “saltare” lezioni. Paolo pensa, Paolo scrive, Paolo motiva, Paolo s’incazza e….Paolo infine spera. Come forse molti adulti non sanno più fare. Paolo diventerà un grande uomo.

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