“Nunzio”: il grande teatro torna in scena alla Laudamo

tn P1080384tn P1080385Toc. Toc. Toc. La ripetizione ossessiva del battito che scandisce il tempo apre la scena, si alza il sipario e lo spettacolo ha inizio. Lo spettatore entra direttamente nella cucina e nella storia di Nunzio e Pino. Chi è riuscito a trovare posto in sala — diversi non ce l’hanno fatta —, ieri, alla Laudamo, ha assistito alla rappresentazione di  “Nunzio”, un’opera di Spiro Scimone, con Francesco Sframeli e lo stesso Scimone, già allestita con la regia di Carlo Cecchi nel 1994.  tn P1080386Vincitore del Premio Idi (1994) e della medaglia d’oro Idi per la Drammaturgia (1995), la rappresentazione ha aperto la stagione teatrale “La Prima Volta”, una rassegna di opere che rientra nel progetto voluto da Gigi Spedale, Dario Tomasello e Vincenzo Tripodo.

“Nunzio” di Spiro Scimone si potrebbe definire un frammento di esistenza cristallizzato nel tempo, un tempo della quotidianità che diventa anche “evento” e si trasforma in attesa. La fiducia nel “domani che verrà” e  risolverà ogni cosa, e l’amara consapevolezza, prima negata e allontanata, che il futuro indistinto che ha da venire potrebbe non arrivare, accompagnano la storia ben orchestrata da Scimone.

La trama essenziale, l’ambientazione scarna — l’intera scena si consuma all’interno di una cucina nella quale avviene il dialogo tra i due protagonisti —, la gestualità ossessivamente ripetitiva degli attori, richiamano in qualche modo alla mente certe atmosfere di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett. Nella vicenda di Nunzio e Pino, l’essenziale accompagna certamente l’intera messa in scena, intervallata dall’ironia che suscita una spontanea ilarità nella platea e che spesso cede il passo a un riso amaro, ma la loro storia è ben lontana dall’essere una vicenda assurda. E l’ironia “incontinente” nei dialoghi a due non lascia spazio alcuno al sentimentalismo compassionevole, costantemente rimandato dall’avvicendarsi delle osservazioni e delle movenze comiche che catturano prepotentemente l’attenzione.

La parlata dialettale, tipica del messinese, confidenziale, tra i due amici permette a chi osserva di riconoscere in ciò che vede una certa familiarità. Tutto si svolge intorno al tavolo che domina lo sfondo: da una parte c’è Nunzio, uomo semplice, che deve fare i conti con la malattia che lo affligge ma non lo piega; dall’altra il misterioso e burbero Pino, invischiato in non ben definiti affari loschi. Sebbene quest’ultimo sembri tra i due quello più impenetrabile, nello scambio con l’amico rivelerà alcuni aneddoti della propria vita, aprendosi al pubblico, al contrario di Nunzio non sappiamo molto, tranne che ha contratto “la malattia” che lo consuma al lavoro, dove c’è però il principale — ripete l’uomo con fare assillante — che gli “vuole bene”. Il malessere passerà domani — confida Nunzio — che si rivolge al Sacro Cuore di Gesù ad ogni accesso di tosse catarrosa.

Il tempo della narrazione, nel quale vivono e interagiscono Nunzio e Pino — due amici profondamente diversi ma legati da un’esistenza di solitudine che gli ha permesso di trovarsi —, è un frammento fissato nell’attimo di quel vissuto. Il tempo, impalpabile, diventa il terzo attore sulla scena, nel quale e col quale i protagonisti si confrontano.

C’è un momento ben preciso in cui i due uomini non negano più, vengono colti dal sentore che quel “domani”, intorno al quale hanno costruito i loro discorsi, potrebbe non arrivare; entrambi dovranno confrontarsi con la possibilità della morte: Nunzio a causa della sua malattia, Pino del suo mestiere. Ma anche nel momento della consapevolezza raggiunta si apre uno spiraglio, dettato dalla volontà di resistere e ritrovarsi nuovamente insieme.

Un’opera sicuramente importante e significativa, che mette in risalto quello che gli organizzatori hanno definito il genius loci.  Nonostante le lacune Istituzionali — come hanno riferito in principio di serata i promotori della rassegna—, ieri alla Laudamo, il Teatro è tornato in scena e con esso anche la gente che lo ama. Accantonati dissapori e vertenze, per una sera, il sipario si è aperto e a far parlare di sé sono state le storie e gli attori.

Giusy Gerace

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Cultura

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