Federico Calogero, il fotografo che racconta gli strati della memoria

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Di recente, all’EXANTE galleria di Messina, è stata inaugurata la mostra di Federico Calogero, fotografo messinese che da circa 3 anni vive a Roma. Incuriositi da questi scatti rarefatti, decidiamo di incontrarlo davanti a un caffè, per capire meglio come sono nate le fotografie contenute nel libro d’artista “Senza memoria, senza sentimento”, lavoro per cui Federico ha ricevuto una nominee al Fine Art Photography Awards. Federico ha gli occhi grandi e timidi e non di rado arrossisce davanti a domande che riguardano il suo modo (e mondo) di comunicare: la fotografia.

In questo determinato momento della sua ricerca artistica, Federico si concentra su due aspetti fondamentali, che riesce a tirare fuori proprio dagli scatti ragionati e meticolosi: l’interazione e la memoria. Elementi che tornano in tutti i lavori fotografici di Federico Calogero; da “Ora et Labora” a “Tina“; da “Senza memoria, senza sentimento” a “Sotto il cielo di Roma brucia tutto“. Dopo i primi scatti in digitale, Federico passa all’analogico e alla camera oscura. «Lavoro in analogico – racconta Federico – perché mi dà la possibilità di prendermi il tempo, lavorare in camera oscura, essere concentrato su ogni singola immagine. Seguo tutto il processo della creazione: dallo scatto alla realizzazione del libro».

Gli strati di Federico Calogero

“Senza memoria, senza sentimento”, infatti, è un libro d’artista (quindi un unicum) che racconta una storia di memoria a strati; tra concetto e tecnica. L’idea di utilizzare la tecnica del transfer arriva dopo un incontro tra Federico Calogero e il fotografo romano Giorgio Di Noto. «Dopo “Ora et Labora” e “Tina” che avevano un taglio dritto, da documentario, avevo bisogno di sperimentare qualcosa di nuovo, così scopro e conosco Giorgio Di Noto durante un workshop al MACRO (Museo d’Arte Contemporanea di Roma, ndr.); ci siamo confrontati sul diario che avevo già in qualche modo sviluppato con collage e ritagli di foto di una storia finita; una sorta di promemoria, per metabolizzare la fine di una relazione. Avevo bisogno di elaborarlo e per farlo il modo migliore era creare. Così ne ho parlato con Giorgio e abbiamo iniziato a capire cosa intendessi per elaborazione della memoria. La memoria è fatta di tantissimi strati che si sovrascrivono».

E così ha fatto Federico Calogero realizzando opere fotografiche rarefatte, i cui volti quasi liquidi sembrano essere tratteggiati a matita. «Questo tipo di tecnica non ha una sua struttura definita: ogni stampa è un pezzo unico, ogni trasferimento è una porzione casuale dello scatto», un po’ come succede quando raccontiamo una storia. Ma gli strati non finiscono, perché in occasione della mostra, Federico ha sperimentato due nuovi percorsi, allargando il suo sguardo verso altri orizzonti, altre storie, altre memorie.

«Da un primo approccio, che era quello del libro, sono riuscito a interpretare due tipi di memoria; volevo vedere cosa potevo tirare fuori da questa tecnica e ho trasformato il transfer in una sorta di incisione; volevo che si vedesse il mio gesto, da qui le opere alle pareti che non sono una riproduzione su scala più grande degli scatti del libro. Andando a incidere sulla stampa è come se la stessi cancellando, creando nuova memoria, in realtà. E poi i ritratti, istantanei alle persone che vengono a visitare la mostra, che si sta trasformando in un grande archivio di memorie e di nuove conoscenze».

La fotografia di Federico Calogero

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La fotografia di Federico Calogero parla di sperimentazione e introspezione; di passeggiate in luoghi appena scoperti o appena tornati alla memoria (per l’appunto); ma anche di solitudine e voglia di voler dire al mondo: io ci sono e sono qui, adesso. L’interazione, come scrivevamo qualche riga fa, infatti, è un altro elemento fondamentale nella ricerca espressiva fotografica di Federico. La foto, l’arte in generale, diventa strumento per potersi esprimere, per raccontare la porzione di mondo che osservi con i tuoi occhi, che «se vedi dalla macchina sembra piccolo e poi invece è gigantesco».

Con Federico Calogero abbiamo parlato di moltissime cose, del progetto per ora fermo Stoltiloquio, di Tina protagonista di un progetto fotografico, che sta per diventare altro, di Messina e di «come sarebbe bello tornare, magari un giorno, per aprire un’Accademia». Ci fermiamo ancora un po’ sul libro d’artista in mostra all’EXANTE di Messina, progetto che per Federico Calogero rappresenta la molla, quella che scatta quando in qualche modo siamo pronti a cambiare o, forse, solo a renderci conto di quello che siamo in grado di fare.

«”Senza memoria, senza sentimento” mi ha dato la possibilità di uscire dalla bolla in cui vivevo, di lasciare andare le paure. L’idea di lasciare un segno, di costruire una memoria che può durare nel tempo nasce dalla mia paura di sempre di essere abbandonato e dimenticato. Voglio continuare a usare la fotografia per poter interagire con gli altri». Noi, di certo, racconteremo ancora di Federico Calogero e del suo lavoro sensibile e pieno di dedizione. Del resto i progetti per il futuro sono diversi; da Messina “Senza memoria, senza sentimento” arriverà a Roma, una serie fotografica dedicata all’Ararat, centro socioculturale curdo, nato dopo aver conosciuto e visto le opere del regista Fariborz Kamkari, autore tra l’altro di “Kurdbûn – Essere curdo”, e un progetto sui trentenni che cercano di capire chi sono e dove stanno andando.

 

 

 

 

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