La rapina in casa finita nel sangue: condanna a 30 anni

castorina-gesualdo-1-459x580Si chiama Gesualdo Castorina, ha 29 anni, oggi è stato condannato con il rito abbreviato a 30 anni di carcere. Il gup Daniela Urbani ha pienamente accolto la richiesta del pubblico Ministero Stefania La Rosa, che per il giovane accusato di omicidio ha chiesto il massimo della pena che si può applicare con il giudizio abbreviato. Castorina è stato condannato per omicidio volontario, anche se la vittima, Lorenzo Di Bella, 62enne messinese, è morto esattamente due mesi dopo l’aggressione subita.

Di Bella fu colpito ripetutamente alla testa nel corso di una rapina.
Era la mattina del 10 luglio 2015 quando l’uomo venne ritrovato dal fratello, nel bagno dell’appartamento di via Maddalena in cui viveva, col volto tumefatto e pieno di lividi e tutto il corpo ricoperto di sangue. Era in evidente stato confusionale, disse di essere caduto da una sedia, la sera prima.

Soccorso dai sanitari del 118, venne trasportato al Policlinico, dove fu sottoposto a un delicato intervento chirurgico: aveva una grossa frattura pluriframmentaria alla corteccia celebrale. Il 9 settembre morì al Centro Neurolesi, dove era stato trasferito.

Un incidente domestico, così fu dapprima catalogato l’episodio. Ma i poliziotti delle Volanti e della Squadra Mobile, giunti sul posto, capirono che in quell’appartamento era stato commesso un crimine. Gli ambienti erano cosparsi di macchie di sangue. E poi c’era un mozzicone di sigaretta, trovato sul pavimento: sia la vittima che i suoi familiari non erano fumatori.

Le indagini, avviate dalla Squadra Mobile, nel giro di pochissimo tempo portarono a scoprire l’identità dell’autore dell’aggressione: il 28enne Gesualdo Castorina.

Il giovane inizialmente disse di aver conosciuto casualmente la vittima il pomeriggio del 9 luglio, e di essersi recato nella sua abitazione, su invito dell’altro, per bere una birra insieme. Aggiunse che, sin da subito, il suo intento era di derubarlo. Disse che, approfittando di un attimo in cui era rimasto solo nel soggiorno, aveva iniziato a rovistare ovunque e, sorpreso dal proprietario, lo aveva spintonato causandone la caduta. Allarmato dal volto insanguinato dell’uomo, temendo di averlo ucciso, si era dato alla fuga portando con sè un vassoietto in silver che, sempre secondo la sua versione, sarebbe servito a colpire chiunque avesse potuto ostacolare la sua fuga.

Non voleva uccidere, dunque, nella sua versione. Ma gli investigatori non gli credettero. Attraverso lo studio delle tracce ematiche, raccolte nell’abitazione dai militari del RIS, risultava che la vittima era stata colpita ripetutamente e con particolare efferatezza, molto probabilmente con un corpo contundente. C’erano tracce  in diversi punti della casa, segno che Di Bella tentava di sfuggire all’aggressore.

A conclusione delle indagini, il 29 ottobre 2015 gli agenti della Squadra Mobile arrestarono Gesualdo Castorina, accusandolo di omicidio aggravato e rapina aggravata.

Un anno dopo, nonostante la tesi difensiva dell’avvocato Salvatore Stroscio, basata prevalentemente su perizie medico-legali che avrebbero stabilito che Lorenzo Di Bella non morì a causa delle ferite riportate ma per una “infezione nosocomiale che gli procurava una polmonite fulminante che in soli 5 giorni causava il suo decesso, non più attribuibile alle precedenti lesioni da aggressione”.

Patrizia Vita

 

( foto d’archivio)

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