Ponte Stretto. Il ddl dalle 7 firme presenta costi e progettualità di un’opera da 7 mld

ponte stretto bella bella nuovoIn sette hanno firmato il disegno di legge utile alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Maurizio Lupi, Vincenzo Garofalo, Rosanna Scopelliti, Alessandro Pagano, Antonino Minardo, Antonino Bosco e Dore Misuraca, ci credono. E con loro ci crede il ministro Angelino Alfano, che ha detto: “Il Ponte sullo Stretto di Messina può diventare un’Expo o un’Olimpiade della durata di decenni e a costi molto minori. Deve essere visto come il punto di partenza di una nuova politica di coesione, una svolta nel modo di affrontare la questione meridionale. Senza il Meridione la ripresa dell’Italia è asfittica. Non c’è sviluppo senza coesione, non c’è coesione senza mobilità, non c’è mobilità senza infrastrutture”.

IL disegno di legge lo hanno intitilato: “Disposizioni per accelerare la realizzazione del collegamento stabile viario e ferroviario tra la Sicilia e il continente”, lo hanno presentato ieri a Montecitorio.
Un unico articolo, suddiviso in nove commi, che viene iniziato definendo l’infrastruttura “prioritaria per l’interesse del Paese”.
Il ddl prevede il recupero di tutto il lavoro sin qui svolto e un suo rapido e pronto aggiornamento, anche ai fini di eventuali riduzioni dei costi. Il progetto definitivo andrà presentato al Cipe, integrato dalle Regioni Calabria e Sicilia, entro il prossimo 31 dicembre. Il commissario per la realizzazione dell’opera, coincidente con il presidente dell’Anas Spa, sottoporrà bandi e atti di gara alla preventiva approvazione dell’Autorità nazionale anticorruzione, ai fini di prevenire possibili infiltrazioni mafiose. Gli interventi connessi alla realizzazione dovranno essere ritenuti “indifferibili, urgenti e di pubblica utilità”. Alfano spera di abbattere il vecchio tabù del no al POnte della vecchia sinistra.

Quello che, alla fine del 2012, ha condotto alla messa in liquidazione della Stretto di Messina Spa è, secondo gli esponenti di Area popolare, “uno degli atti più netti del Governo Monti, molto influenzato dalla volontà di marcare una discontinuità politica rispetto ai governi precedenti e di inviare un segnale di austerità a Bruxelles. Una scelta priva di motivazioni relative alla fattibilità tecnica o alla sostenibilità finanziaria dell’opera”. Ancora, una “scelta accettata dal Parlamento senza un esame approfondito“, che ha incontrato “il consenso di una parte (minoritaria) dell’opinione pubblica, molto ideologizzata e che aveva fatto del ‘no ponte’ una bandiera, disponibile ad accettare un tale stile decisionale pur di esibire una vittoria carica di rancore e di spirito di rivalsa“.

I firmatari sperano che l’esecutivo di Matteo Renzi decida “in merito a uno dei progetti infrastrutturali storicamente più importanti per il nostro Paese e per l’intero continente europeo sulla base di informazioni oggettive e di procedure razionali, e non sull’onda di campagne divisive, caricate impropriamente di propaganda e ideologia”. All’epoca sono stati decisivi, ricordano, il “condizionamento mediatico” e le “condizioni straordinarie” in cui la decisione è stata assunta. “Ciò che ieri fu giustificato dalla eccezionalità della situazione – ammoniscono – diventerebbe oggi una colpevole assenza dello Stato“.
“Non esiste al mondo – proseguono – un’isola con più di 100mila abitanti e distante meno di 3 miglia da un continente che non sia collegata stabilmente alla terra ferma”. Non esiste, tranne nel caso della Sicilia – verrebbe da aggiungere – che di abitanti ne ha oltre 5 milioni e dista dall’Europa solo 1,7 miglia.

Gli stessi studi tecnici “di altissima qualità”, effettuati a suo tempo e resi pubblici “sebbene confinati a una sorta di clandestinità di fatto”, dimostrerebbero, secondo i deputati di Ap, che non esistono “comprovate ragione che sconsiglino la realizzazione”. “Sul piano ambientale – fanno presente – le indagini hanno pienamente assecondato le direttive del Cipe”. “Solo pochi – proseguono – sanno che è stato elaborato un progetto di monitoraggio ambientale territoriale e sociale unificato (Pmatsu) che definisce criteri e approcci metodologici d’avanguardia per la prevenzione del rischio idrogeologico. Il Pmatsu mira a salvaguardare non solo la qualità ambientale delle aree di cantiere ma anche la qualità della trasformazione territoriale potenzialmente indotta dalla realizzazione di un progetto di così ampio respiro. Questo patrimonio rischia di essere sprecato perché le centraline di rilevazione vengono smantellare mentre parte dell’amministrazione locale, fortemente nopontista, reclama a gran voce nuovi finanziamenti mirati alla salvaguardia ambientale, senza che i cittadini conoscano i veri termini della questione”. “Le stime di traffico e le analisi dei costi e dei benefici, condotte con criteri rigorosissimi e fin troppo prudenziali – evidenziano poi – hanno dato indicazioni di ritorni economici di grande interesse”.

Dura la critica agli ambientalisti, poiché stando al disegno di legge solo un collegamento stabile tra l’isola e il continente, grazie al crescente ricorso al trasporto ferroviario, consentirebbe una consistente riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

L’aspetto di maggior rilievo è “la portata trasportistica e ambientale” del progetto, “di valenza geoeconomica e geopolitica”. L’isola più grande del Mediterraneo, la seconda del continente, potrebbe costituire un “link tra l’intera Europa e l’Africa, tra oriente e occidente, aprendo al nostro Paese opportunità altrimenti assolutamente precluse”. Una piattaforma logistica di cui beneficerebbero i traffici dei porti di Augusta, di Gioia Tauro e di tutto il Mezzogiorno. Sotto il profilo infrastrutturale se ne avvantaggerebbe l’intera penisola: “E’ assurdo e controproducente mettere in competizione lo sviluppo del nord e del sud. Solo la realizzazione del Ponte avrebbe quell’effetto di trascinamento per dare impulso alla portualità nord-tirrenica e nord-adriatica e al completamento delle principali opere italiane sui corridoi europei”.

I firmatari della proposta, insieme al ministro dell’Interno, ammettono l’incapacità dell’Italia a costituire “una seria alternativa alle attuali rotte commerciali”. Rotte che si sviluppano dallo stretto di Gibilterra a Rotterdam: “Un terzo del commercio mondiale passa dal Mediterraneo ma i porti italiani hanno subìto una forte riduzione di traffico a vantaggio degli scali nordafricani, greci, spagnoli e francesi”. Scommettendo sulla disponibilità dell’Ue, visto che “fino al 2011 l’opera era inclusa nel sistema Ten-t (originariamente corridoio 1 Berlino – Palermo)”, mettono in guardia dagli europarlamentari italiani che, sposando la retorica del “sud piattaforma logistica del Mediterraneo”, hanno chiesto l’esclusione del Ponte dai finanziamenti comunitari: “Richiesta prontamente accolta dagli altri Paesi che videro così sensibilmente aumentare le risorse per loro disponibili”.

Lo stesso costo, di circa 7,5 miliardi di euro, “non appare sproporzionato” rispetto a opere recentemente realizzate come la variante di Valico. La somma, al 50%, comprende collegamenti stradali e ferroviari a beneficio di un “territorio fino a oggi fortemente penalizzato”. La sostenibilità finanziaria è stata verificata già nel 2011 in sede di predisposizione del progetto definitivo, con solo il 40% della spesa a carico dei contribuenti e il restante 60% da reperire tramite project financing. L’analisi costi-benefici, condotta dal centro di economia regionale dei trasporti e del turismo dell’Università Bocconi in ossequio alle metodologie raccomandate dall’Unione europea e dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, rivelerebbe “un valore attuale netto ampiamente positivo pari a 7,3 miliardi di euro, considerando i benefici per la mobilità di passeggeri e merci, l’impiego della manodopera non occupata e la riqualificazione delle aree”. Circa 4.500 le figure professionali necessarie, con un alleggerimento sostanzioso degli oneri degli enti previdenziali chiamati a versare i sussidi di disoccupazione. Un’arma anche contro la criminalità organizzata, “che non si combatte – contestano – lasciando milioni di persone nel sottosviluppo e nell’indigenza, ma offrendo la possibilità di un lavoro dignitoso. La cultura mafiosa è alimentata dal bisogno che non consente scelte. Il Parlamento non può più fingere di non sapere che ogni anno la Sicilia si spopola di un numero di giovani compreso tra 15mila e 20mila e che, nel solo 2014, la Calabria ha visto andare via 4mila laureati”.

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