Messina, la sceneggiatrice Alessia Rotondo si racconta: «Le storie belle ti portano altrove»

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Il Natale è sempre l’occasione giusta per una storia, oggi vi raccontiamo quella di una messinese speciale: Alessia Rotondo, conosciuta in occasione della prima, al Multisala Iris di Messina, de “La Timidezza delle Chiome“, film diretto da Valentina Bertani, presentato durante la 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, all’interno della sezione “Giornate degli autori”. Alessia, infatti, insieme a Irene Pollini Giolai ed Emanuele Milasi, ne firma la sceneggiatura: «Credo che sia stata mia madre a farmi capire che avrei potuto fare questo lavoro. Mi disse: secondo me dovresti scrivere».

Alessia Rotondo, da Messina a Milano

Da Messina a Milano, passando da Los Angeles: Alessia Rotondo studia Comunicazione a Siena, con la voglia di raccontare storie di valore, che rispecchino un po’ quello in cui crede: la bellezza delle piccole cose, i sacrifici della quotidianità, il mettersi alla prova e accettarsi per come siamo.

È il 2009 quando Alessia Rotondo capisce di voler fare la sceneggiatrice. «Insieme all’amico e collega Marcello Ubertone – ci racconta Alessia – abbiamo lavorato a una sceneggiatura per la radio, e dopo aver scritto queste 20 pagine, ho provato una soddisfazione infinita, solo per aver terminato la storia. Una sensazione che provo sempre quando finisco un testo. Poi, nel 2013, con la borsa di studio alla UCLA di Los Angeles ho capito che era quello che volevo fare».

Ma come si scrive una sceneggiatura e qual è la parte più complicata della sua stesura? «Per me, la scrittura dell’intreccio; quindi tecnicamente il momento in cui devi capire l’ordine delle scene. Se utilizzi il metodo all’americana di solito lavori con le cosiddette index card: le utilizzi per definire scena per scena, la progressione dell’azione. Questa parte è molto divertente, ma molto faticosa. Una volta risolto questo si passa alla scrittura vera e propria».

Tutti i media di Alessia

Le parole hanno un poter incredibile: si adattano alla forma dello spazio che stiamo “abitando”. Alessia lo sa bene, considerando che nel corso della sua carriera si è dedicata a media diversi: cinema, tv, radio, grandi brand di moda, nuove realtà editoriali. Ma qual è il mezzo che preferisci? «Non ho un media preferito, mi approccio sempre con entusiasmo, ci sono delle cose che adesso non sono i miei obiettivi principali, ma perché le ho già fatte. So che voglio fare sempre di più progetti che abbiano una trama, che raccontino effettivamente una storia, perché è la cosa in cui mi sento di voler crescere». (In foto, da sinistra: Irene Pollini Giolai, Alessia Rotondo, Emanuele Milasi. Sotto: Benjamin Israel, Valentina Bertani, Joshua Israel)

Così arriva “La Timidezza delle Chiome“, film che trasporta sul grande schermo la vita dei gemelli Benjamin e Joshua Israel alle prese con quella strana avventura che chiamiamo vita: tra la voglia di fare l’amore, la ricerca di indipendenza e la voglia di crescere uno a fianco all’altro, senza mai farsi ombra, come recita la teoria da cui è tratto il titolo del lungometraggio.

Benjamin e Joshua sono due ragazzi dal volto molto interessante, come a nascondere un segreto. «Valentina Bertani, la regista, – racconta Alessia – infatti, li ha fermati mentre parcheggiava il motorino sui Navigli (a Milano, ndr.) proprio per questo grande magnetismo, ma loro hanno tirato dritto. Fa di tutto per rintracciarli e alla fine riesce a mettersi in contatto con la mamma e chiede un incontro». Valentina Bertani quindi non ha ancora una storia, ma solo due volti che potrebbero essere un buon inizio. «Non sapevamo dove saremmo andati». Guidati dai protagonisti, che sullo schermo giocano tra realtà e finzione, sono arrivati all’ultima edizione della Mostra di Venezia; «la storia di fatto è stata scritta insieme ai ragazzi e quando siamo arrivati a Venezia ho provato una grande gratitudine».

La storia di Alessia Rotondo

Alessia, hai parlato di storie, ma una sceneggiatura quando lo diventa? «Qualunque manuale ti dirà quando c’è il conflitto, però secondo me l’altra caratteristica è l’empatia. Ci sono storie con un alto potenziale di conflitto, ma se i personaggi non sono tridimensionali e non ti puoi immedesimare, la storia non è avvincente. Le storie belle sono quelle che ti portano in dei posti imprevedibili, dove non sapevi di voler andare». Alessia invece sa benissimo dove sta andando, la conosciamo da qualche ora, ma ci sembra molto decisa.

«Ci vuole una forte dose di testardaggine per qualunque obiettivo tu abbia nella vita e devi proprio sbattere la testa contro i muri: prima o poi qualche porta si apre. Ovviamente il talento e la preparazione fanno la differenza, ma la vera cosa che fa la differenza è quanto sei disposto a insistere. Negli Stati Uniti rispettano molto la creatività, in Italia vale ancora il vecchio adagio che di cultura non si mangia. Negli Stati Uniti non importa da dove vieni, se scrivi bene e le cose che fai vanno bene per gli affari sono contenti».

Hai mai qualche incertezza? «Devo sempre convincermi di essere in grado di fare questo lavoro. Vorrei sempre rimanere con i piedi per terra, senza perdere di vista quello che succede nel mondo, e nei giovani. C’è tutto un mondo di insicurezze, di lati oscuri ed è da quello che devi prendere a piene mani, anche se è a volte è difficile». Adesso aspettiamo di vedere i prossimi lavori di Alessia: un film di animazione “Il respiro della montagna” di Lorenzo Latrofa, prodotto da La Sarraz Pictures e una storia ambientata in Sicilia negli anni ’70.

 

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