Lo Stretto di Messina ridotto a discarica, sul fondale oltre un milione di oggetti

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Numeri da record per lo Stretto di Messina che in alcuni punti del fondale marino supera il milione di oggetti per chilometro quadrato, una vera e propria discarica abusiva. A dirlo è lo studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters da un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’Università di Barcelona.

Già ad aprile del 2019 uno studio del Cnr (Centro nazionale delle ricerche) di Roma in collaborazione con l’Università La Sapienza aveva reso pubblico il dato sconcertante, con 121mila oggetti per chilometro quadrato. Adesso, i rifiuti marini sono aumentati e diventano «un serio problema ecologico».

Quello che c’è dentro lo Stretto di Messina

I messinesi, specialmente, sono molto affezionati a questa porzione di mare, che rende tutto lontano ma anche estremamente vicino. Ma retorica a parte, lo Stretto di Messina non è così bello come sembra, anzi è un vera discarica. Nel fondale marino, infatti, sono stati ritrovati rifiuti di tutti i tipi: plastica, ceramica, tessuti e carta, per la maggior parte.

Da una ricerca pubblicata sulla rivista specializzata  Environmental Research Letters, si torna a parlare di marine litter, cioè rifiuti marini che non provengono dal mare – ovviamente – ma sono causati dall’azione dell’uomo, compromettendo la salute ambientale.

I rifiuti del mare stanno aumentando

Il lavoro di ricerca è stato condotto in collaborazione con il Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea e vede coinvolti diversi enti italiani, come l’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra), la Stazione Zoologica Anton Dohrn, l’Università di Cagliari e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs).

Lo studio indica come i rifiuti stiano aumentando nei fondali marini di tutto il mondo: in alcuni casi la loro densità sarebbe addirittura paragonabile a quella delle grandi discariche presenti sulla terra ferma. Secondo gli esperti questo trend è destinato a continuare, tanto che entro i prossimi 30 anni il volume dei rifiuti marini potrà superare i tre miliardi di tonnellate.

«La diffusione dei rifiuti nei nostri mari e oceani non è ancora pienamente conosciuta – dice Miquel Canals dell’Università di Barcellona – e le regioni marine più colpite sono quelle circondate da terre o semi chiuse, i fondali vicino la costa, le aree prossime allo sbocco di grandi fiumi e quelle dove c’è un’intensa attività di pesca, anche lontane dalla terra».

“Nel Mediterraneo – aggiunge Canals – la spazzatura sui fondali è già un serio problema ecologico. In alcuni luoghi della costa catalana ci sono grandi accumuli. Quando ci sono forti tempeste, come la tempesta Gloria del gennaio 2020, le onde riportano i rifiuti sulla spiaggia. Alcune spiagge sono state letteralmente ricoperte».

Che danni possono fare i rifiuti marini?

L’impatto che ne può derivare viene generalmente diviso in tre categorie principali:

  • impatto ecologico: con effetti letali o sub letali su piante e animali mediante intrappolamento, danni fisici e ingestione, accumulo di sostanze chimiche attraverso le plastiche e facilitazione della dispersione di specie aliene mediante trasporto;
  • impatto economico: riduzione del turismo, danni meccanici alle imbarcazioni e alle attrezzatura da pesca, riduzione del pescato e costi di bonifica;
  • impatto sociale: riduzione del valore estetico e dell’uso pubblico dell’ambiente.

(Foto del documentario di Huai Su sui rifiuti marini)

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