A lezione di rifiuti radioattivi dalla prof. Marina Trimarchi: l’intervista

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Chi meglio di una prof. può spiegarci cosa sono i rifiuti radioattivi e di cosa si occupa il Deposito Nazionale? Lo scorso 13 gennaio, infatti, la Regione Siciliana ha detto no alla costruzione di un deposito per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi sull’Isola. Dobbiamo ancora aspettare 60 giorni, termine entro il quale il Governo Musumeci dovrà relazionare dell’esito negativo alla proposta della Sogin.

In attesa della scadenza, abbiamo fatto un paio di domande a Marina Trimarchi, professore associato di Fisica Nucleare e Subnucleare al Dipartimento di Scienze Matematiche e Informatiche, Scienze Fisiche e della Terra dell’Università degli Studi di Messina. Nel 2017 e nel 2019, ha tenuto il seminario “La Radioattività nella vita quotidiana: dalla scoperta del fenomeno al problema delle scorie nucleari”.

«Da cittadina non nascondo una certa preoccupazione per la presenza di quattro siti siciliani sulla CNAPI. Il mio non è campanilismo: anche se la tentazione di dire “Not in My Back Yard” è naturale in tutti gli esseri umani, mi rendo conto che il problema è comune e va affrontato in un’ottica nazionale».

Cosa sono i rifiuti radioattivi?

In scienze non si andava proprio benissimo, ecco perché abbiamo chiesto alla professoressa Marina Trimarchi di spiegarci un po’ di cose sui rifiuti radioattivi, tema caldissimo di queste settimane per la proposta della Sogin – con nulla osta del Ministero dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente – di realizzare un Deposito Nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti.

Andiamo però con ordine, cosa sono i rifiuti radioattivi e da dove provengono?

«Chiamiamo rifiuto radioattivo – dice la professoressa Marina Trimarchi – qualsiasi materiale radioattivo per il quale non è previsto nessun utilizzo ulteriore o riciclo.  Fra i rifiuti radioattivi dunque troviamo i residui delle sostanze radioattive utilizzate per scopi diagnostici, terapeutici e di ricerca, e del combustibile esaurito degli impianti di produzione di energia nucleare.

Le sostanze radioattive sono naturalmente instabili, e i loro nuclei atomici tendono a liberarsi dell’energia in eccesso emettendo radiazioni. Così facendo, un elemento radioattivo si trasforma in un elemento diverso, che può essere ancora radioattivo, oppure può essere stabile. Il tempo necessario affinché una certa quantità di sostanza radioattiva diventi stabile dipende dalla sostanza considerata, e può variare fra pochi secondi e miliardi di anni.

Pertanto i rifiuti radioattivi devono essere stoccati per un tempo sufficiente a diminuire la loro radioattività fino a livelli che non rappresentino più un rischio per l’uomo e per l’ambiente. A tal fine, i rifiuti vengono convertiti in una forma solida stabile, poi inseriti in un materiale inerte, generalmente cemento, e posti in un contenitore esterno, che è un fusto in acciaio».

rifiuti nucleari in sicilia

Cos’è il Deposito Nazionale?

Da qui, la Sogin – Società Gestione Impianti Nucleari, ha pubblicato la CNAPI – la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, per realizzare il Deposito Nazionale.

«Il Deposito Nazionale dovrebbe servire a custodire i fusti contenenti i rifiuti radioattivi, e il suo progetto nasce dall’esigenza di stabilire un quadro nazionale e comunitario per la gestione dei rifiuti radioattivi, al fine di evitare di imporre oneri indebiti alle generazioni future.

In estrema sintesi l’Italia, al fine recepire le direttive Euratom, ha previsto la realizzazione del Deposito Nazionale e di un corrispondente Parco Tecnologico, secondo un processo di partecipazione pubblica che inizia proprio adesso, con la pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI).

La CNAPI contiene 67 aree del territorio italiano, le cui caratteristiche soddisfano alcuni criteri e requisiti nazionali ed internazionali per la localizzazione del deposito».

Anche la Sicilia tra le 67 aree della CNAPI

La Sicilia quindi, insieme ad altre regioni, è stata proposta come sito di stoccaggio dei rifiuti radioattivi. Le quattro aree della Sicilia sono: una zona delle Madonie tra Castellana Sicula e Petralia Sottana, Trapani, Calatafimi-Segesta e Butera.

«Le 67 aree – continua la professoressa Trimarchi – sono quelle sopravvissute ad un esame del territorio nazionale, basato su criteri di esclusione e di approfondimento, quali, per esempio, la presenza di zone vulcaniche, sismiche, di attività industriali a rischio di incidente, di luoghi di interesse archeologico e storico, i valori dei parametri meccanici, chimici e idrogeologici del terreno.

Entro 60 giorni dalla pubblicazione della CNAPI, gli enti locali possono proporre le loro osservazioni (consultazione pubblica), ed in seguito ci sarà un Seminario Nazionale, al fine di approfondire tutti gli aspetti tecnici relativi alle aree individuate dalla CNAPI. Il risultato di questo confronto sarà la CNAI (Carta Nazionale delle Aree Idonee).

Si avvieranno dunque una serie di consultazioni successive, sulle cui risultanze si baserà la scelta dell’area che ospiterà il Deposito. Come vede, non siamo che al primo passaggio di un iter piuttosto lungo, che prevede comunque la partecipazione pubblica ed un esame piuttosto accurato delle aree possibili».

Not in My Back Yard

Ma da docente e cittadina, la Trimarchi cosa ne pensa? «Da docente sono consapevole del problema e della necessità di affrontarlo razionalmente, per non lasciare un’eredità pesante alle generazioni future. Il problema riguarda tutti i paesi che producono rifiuti radioattivi, e la possibilità di risolverlo in un quadro comunitario, ma al contempo attraverso un processo partecipativo, mi sembra una soluzione adeguata.

Da cittadina non nascondo una certa preoccupazione per la presenza di quattro siti siciliani sulla CNAPI. Il mio non è campanilismo: anche se la tentazione di dire “Not in My Back Yard” è naturale in tutti gli esseri umani, mi rendo conto che il problema è comune e va affrontato in un’ottica nazionale.

Piuttosto temo che l’insularità e la debolezza del sistema viario e dei trasporti rappresentino delle criticità rilevanti, e vorrei comunque capire se dal punto di vista geologico i siti indicati sono effettivamente validi. Per questi aspetti, per i quali non ho competenze specifiche, confido nel lavoro degli esperti regionali che in questi giorni stanno valutando le criticità dei territori indicati».

La conservazione dei rifiuti

Il Deposito Nazionale quindi non è la mostruosità che abbiamo inteso ma sicuramente le decisioni per selezionare le aree idonee devono essere prese con grande attenzione, valutando tutti gli aspetti.

«Il Deposito – continua la prof. Trimarchi – offrirebbe un sito sicuro e controllato per la conservazione dei rifiuti, e la dotazione del Parco Tecnologico comporterebbe sicuramente delle grandi opportunità in termini di sviluppo, progresso e lavoro. I problemi possibili sarebbero legati alla capacità del sito che ospiterebbe il Deposito di mantenere integre le proprie caratteristiche per tempi molto lunghi.

E di conseguenza la fase di consultazione pubblica diventa della massima importanza, così da evidenziare tutti i possibili rischi dei territori selezionati, al fine di scegliere il migliore». Ma esistono altre soluzioni al Deposito Nazionale? «La ricerca di tecniche di smaltimento alternative va avanti da molti anni, ma allo stato attuale ancora non sono state trovate soluzioni immediatamente praticabili o pienamente soddisfacenti».

La radioattività è un fenomeno naturale

Quando pensiamo alla radioattività pensiamo a qualcosa di estraneo rispetto alla nostra vita e invece non è così. «La radioattività è un fenomeno naturale: sostanze radioattive sono naturalmente presenti nelle rocce della crosta terrestre, ed altre si formano dall’interazione dei Raggi Cosmici con i nuclei presenti nell’atmosfera terrestre. In particolare, un elemento radioattivo abbondante sulla Terra è il Potassio-40, presente nel terreno, nel mare, e anche in alcuni alimenti.

Inoltre c’è un contributo importante che viene dal Radon: esso viene prodotto nelle rocce, dal decadimento radioattivo di altri elementi naturali, e si diffonde in aria perché è un gas. Infine, in seguito all’incidente di Chernobyl, altre sostanze radioattive si sono depositate sul suolo e nelle acque, e dunque un contributo alla nostra vita quotidiana viene anche da questo fattore. La protezione dell’uomo da tutte queste fonti è opportunamente disciplinata da normative specifiche sulla radioprotezione, ossia l’insieme delle attività di controllo e monitoraggio necessarie per tutelare la salute delle persone e dell’ambiente rispetto all’utilizzo e all’esposizione alle sostanze radioattive».

Cosa si può fare?

Per la Trimarchi è importante svolgere una corretta informazione sull’argomento, anche al di fuori dell’Università, con attività divulgative rivolte ai giovani e al grande pubblico. «Poi, dal punto di vista della ricerca, molto lavoro è già stato svolto nella direzione di sviluppare tecnologie alternative a quelle che producono rifiuti radioattivi: basti pensare all’uso di energie rinnovabili in alternativa all’energia nucleare, o all’uso degli acceleratori di particelle al posto delle sorgenti radioattive in alcuni trattamenti di tipo medico o industriale. Inoltre, la ricerca scientifica può contribuire nello sviluppo di nuove tecniche di smaltimento e nella progettazione di materiali innovativi per la schermatura delle radiazioni».

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