Sconto pena in Appello per Cattafi: “Ma che capomafia? Era un semplice affiliato”

tribunale vesponeLa corte d’appello di Messina, presieduta da Francesco Tripodi, riformando parzialmente la sentenza di primo grado, ha condannato Saro Cattafi a 7 anni di reclusione.

L’avvocato Cattafi era accusato di essere il capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto e di aver tenuto, in questa veste, i contatti con le famiglie di Cosa nostra catanese e palermitana.

La Corte d’appello ha escluso che Saro Cattafi sia un capo promotore e lo ha riconosciuto colpevole, in quanto semplice affiliato, per le condotte tenute sino al 2000.

In primo grado, al termine del giudizio abbreviato, era stato condannato a 12 anni di reclusione (grazie alla riduzione di un terzo della pena per il rito). Sedici anni di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso e due anni per l’accusa di Calunnia ai danni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano e del suo legale Fabio Repici: 18 anni, poi ridotti di un terzo.

La Corte d’Appello ha confermato la condanna per calunnia.

Cattafi nel corso del 2011 in esposti/denuncia aveva indicato il legale Repici, come ispiratore, e Bisognano, come esecutore, di una sorta di complotto ai suoi danni, teso a portarlo in carcere: cosa accaduta il 24 luglio del 2012, quando Cattafi fu condotto a Gazzi.

Il materiale probatorio contro Saro Cattafi era formato da atti di indagine risalenti nel tempo e dalla dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra questi i barcellonesi (boss della mafia del Longano) Carmelo Bisognano e Carmelo D’amico.

Quest’ultimo ha raccontato di vicende risalenti nel tempo. Mentre Bisognano ha riferito di un messaggio che nel 2008 gli fu dato in carcere dal boss della mafia catanese, Aldo Ercolano, perché lo portasse a Cattafi al momento della scarcerazione.

I difensori di Cattafi, Salvatore Silvestro e Giovambattista Freni, hanno sostenuto che sino al 2007 tutte le condotte contestate a Cattafi sono state già vagliate da altri giudici e dalla Cassazione, che hanno assolto in passato Cattafi e, dunque, per la regola del ‘ne bis in idem’,  non potessero essere nuovamente essere rivalutate dai giudici ai fini della condanna. Secondo gli stessi legali, dal 2007 in poi non c’è alcun elemento probatorio nuovo che possa supportare la tesi fatta propria dal giudice di primo grado.   L’avvocato di Barcellona tra il 2009 e il 2011 è stato sottoposto ad intercettazioni ambientali e telefoniche che non  hanno dato alcun frutto.

Per quanto riguarda l’accusa di calunnia, gli avvocati difensori hanno sostenuto che Cattafi ha raccontato fatti veri e che non aveva alcuna volontà di accusare taluno “sapendolo innocente”, come prescrive il codice penale per la configurazione del reato, ma solo quella di difendersi mettendo gli inquirenti al corrente di fatti in modo che non prendessero abbagli.

La pubblica accusa nel corso della requisitoria ha chiesto la conferma della condanna di primo grado.

E così allo stesso modo la parte civile, rappresentata da Fabio Repici per Bisognano e da Mariella Cicero per lo stesso Repici.

Michele Schinella

 

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