Operazione “Corsi d’oro”: “Volevano licenziare i lavoratori per proteggere interessi personali”

polizia domiciliariSe qualcuno, alla Regione, diede fastidio al “sistema Formazione”- l’ormai famigerata “macchina mangiasoldi”- questo qualcuno ha un nome: Rosario Crocetta. Un passaggio delle quasi 200 pagine dell’ordinanza relativa alla operazione “Corsi d’oro” è chiaro. Un funzionario dell’ispettorato del Lavoro così parla, del presidente della Regione, al presidente del’Aram, Elio Sauta, al quale fa la soffiata sull’imminente ispezione: “Crocetta impera e Nelli Scilabra vuole così”. E poi, quasi a giustificare il controllo in atto in tutta la Sicilia – “A Messina ci sono 32 enti e dobbiamo ispezionarli tutti. Così vuole Nelli Scilabra”. Era il periodo in cui scattò la “crociata” contro la Formazione che succedette allo scandalo Ancol di Messina, novembre 2012, quando Melino Capone, presidente dell’Ente di via Cesare Battisti, fu indagato dalla procura Messinese.
E proprio la messa a regime dell’Ancol è indicata in un altro passaggio dell’odierna ordinanza. Si legge, infatti, dei timori espressi da Capone al “collega” Sauta sulla ipotesi che la Regione tagli i finanziamenti. Una conversazione, intercettata tra il “capo” dell’Ancol e quello dell’Aram, mostra il nervosismo del primo: “Si iddi mi definanziano tutti i corsi io sono nei guai. Causa di forza maggiore blocco tutto e faccio ricorso al Tar”. Il che, per il gip Giovanni De Marco: “indica il legame trasversale tra esponenti dei vari enti di formazione”.
Appare oltremodo cinico, peraltro, il suggerimento di Sauta all’affranto Capone. Il gip scrive: “Sauta gli suggeriva di coinvolgere i sindacati evocando lo spettro del licenziamento. Utilizzando, dunque, lo schermo dei lavoratori per proteggere interessi personali tutt’altro che filantropici”. Due le strade suggeruite dal presidente Aram a Capone: i paventati licenziamenti e la richiesta al Tribunale di nominare un amministratore straordinario allo scopo di mantenere l’attività ed i finanziamenti.
Dipendenti allo sbaraglio, dunque, pedine da sacrificare quando la posta in gioco è talmente alta da ritenere che… ne vale la disoccupazione di molti. E poi, tra i “sacrificabili”, anche i corsisti. Sappiamo che la Guardia di Finanza ha invitato i frequentatori dei corsi che abbiano da raccontare anomalie nei pagamenti a presentarsi in caserma. Qualcuno ha già testimoniato. Come la ragazza di Barcellona che, dopo un corso triennale da parrucchiera, ricevette, per i primi due anni, solo due assegni di circa 200 euro. Mai avuto un centesimo per il terzo anno. A suo nome ne risultano sborsati dalla regione 500.
Ma tra i protagonisti di questa “farsa”, per il Gip c’è chi ha meno colpe. Si è detto, in questi giorni, che la procura ha presentato appello contro la mancata emissione di ordinanza cautelare, da parte del gip De Marco, nei confronti di Elena Schirò, cognata di Francantonio Genovese, sorella di Chiara Schirò. Per lei, pur indagata, non sono scattati gli arresti domiciliari. Ecco perchè: ” A carico di Schirò Elena sono emersi modesti indizi. Il suo ruolo è estremamente marginale avendo ella effettuato il pagamento di un’ultima rata derivante da contratti e fatture fraudolenti predisposti da altri, o avendo sottoscritto un unico contratto il cui danno per l’erario sarebbe di modesta consistenza”.

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