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La grande bellezza…messaggio non pervenuto

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La-grande-bellezzaDopo aver appreso con stupore che “La grande bellezza” di Sorrentino s’è beccato l’Oscar, ho avuto il fegato di rivederlo in TV per capire se casomai mi fosse sfuggita qualcosa. Non mi era sfuggita. Rimango dell’idea che è davvero un film “alternativo”: alternativo rispetto ad una cinematografia interessante, avvincente, ben fatta, con grande fotografia, grande sceneggiatura, con grande profondità e dal messaggio significativo. Insomma, l’unica cosa apprezzabile di questo film è l’interpretazione del bravo Toni Servillo, ben calato nello squallore del suo personaggio. Resta l’amaro in bocca per aver visto sfigurata la bellezza della “città eterna” affogata nella melma di una abominevole miseria umana che ci viene ammannita come se a Roma, nella nostra Italia, nel nostro mondo occidentale non ci fosse altro.
L’Oscar assegnato a questo film è per me un “elogio della follia” che permea la nostra epoca, tanto insita nella nostra società da essere vissuta come “normalità”, purtroppo accettata (più che sopportata) da un certo tipo di individui (troppi) che non osano contrastarla o perché non dotati intellettualmente o per non essere esclusi dalla categoria dei “cool”. Penso che il grande Sergio Leone si stia rivoltando nella tomba: lui si che avrebbe ben meritato l’Oscar con molti dei suoi lavori, non ultimo con “C’era una volta in America” (splendido spaccato della realtà delinquenziale ebraica americana, che in comune con “L’altra bellezza” ha solo il fatto di essere stato realizzato da un regista italiano), ma in quel caso furono altri i motivi dell’immeritata esclusione che poco hanno a che vedere con l’arte cinematografica e perfino con meccanismi economici.
Ma quando un film è un bel film? O meglio, quando è un’opera d’arte? Quando merita, dunque, l’Oscar? Naturalmente il giudizio artistico è meramente soggettivo, perché si fonda sull’esperienza estetica personale, ma l’arte è un mezzo per comunicare un sentimento, un messaggio e quale “sentimento” o messaggio ha voluto esprimere Sorrentino attraverso questo film? Se dobbiamo lasciare al titolo il significato intrinseco dell’opera, non si può che ritenere che abbia fallito nel proprio intento: quale e dove sarebbe “la grande Bellezza”? Personaggi freddi, inanimati, squallidi che si muovono come vermi in una pozzanghera puzzolente, contaminandosi vicendevolmente di grettezza morale. Non ve n’è neanche uno che abbia un barlume di positività e in tutti regna il marcio, dallo scrittore Jep Gambardella (protagonista del film) dall’animo ammorbato dalla melma umana che lo circonda (che però accetta e fomenta come se volesse oltremodo foraggiare masochisticamente la propria solitudine interiore, ben conscio dei propri limiti), al Monsignore (tratteggiato come ignorante e corrotto nell’anima), alla brava ragazza-puttana (bella e molto “burina”), fino a giungere alla visione sacrilega della vecchia suora santa Maria (che rappresenta con fin troppa evidenza Santa Teresa di Calcutta), anch’essa sbeffeggiata e rappresentata come partecipe della vita mondana di una Roma – immondezzaio, i cui monumenti, statue, palazzi fanno da sfondo a questa noiosissima e ripetitiva commedia umana.
Intelligente Sorrentino che ha detto di essere stato ispirato da Scorsese e Fellini, tentando di trasformare in un punto a proprio favore il dato negativo di aver scopiazzato (e male) taluni aspetti dello stile dei due mostri sacri, che potrebbero essere identificati nella “crudezza” del primo e nelle “visioni oniriche” e nel tratteggio caricaturale di personaggi improbabili del secondo. Solo che paragonare “La grande bellezza” a “La dolce vita” è come paragonare il Capitanen di Strumtruppen a Giulio Cesare.
Il richiamo del regista ai Talking Heads si deve supporre non si riferisca specificamente al film premiato con l’Oscar, ma ad uno precedente (This Must Be the Place, con Sean Penn quale protagonista) che porta il titolo di una delle canzoni del gruppo.
Il perché abbia citato Maradona si può intuire: Sorrentino è napoletano ed ha vissuto da ragazzino i fasti del calcio partenopeo grazie alle splendide performance del grande calciatore argentino, un uomo che dalle stelle è finito nelle stalle, decadendo da “Pibe de oro”, mito dei giovani, a misero uomo vittima della droga e dedito a sesso sfrenato, orge e festini a base di cocaina: personaggio, dunque, negativo, come i protagonisti de “La grande Bellezza”. La cosa divertente è che Maradona l’ha pure ringraziato.
Un Oscar ad un film italiano è, comunque, pur sempre motivo di orgoglio, tanto che da parte del mondo politico italiano vi sono state espressioni di grande gaudio (Veltroni, Napolitano, Vendola, Franceschini, Boldrini ecc.), nonostante questo Oscar rappresenti una vittoria personale di Silvio Berlusconi, patron di Medusa, che lo ha prodotto.
Ed è proprio al Cavaliere che si deve la vittoria nella serata delle stelle. Basti pensare che per arrivare a vincere l’Oscar un film dovrebbe essere teoricamente visionato da oltre 6000 componenti la giuria (cosa che quasi mai accade) ed è normale che ciascun componente focalizzi la propria attenzione su quelli che ha già visto o che abbia attirato l’attenzione dei media su di sé con manifestazioni, party, serate dedicate e intenso battage pubblicitario: è esattamente quello che ha fatto sapientemente Medusa e che a suo tempo fu fatto per “La vita è bella” di Benigni che affidò furbescamente la distribuzione americana ai fratelli Weinstein, colossi statunitensi.
Questo nuovo Oscar ad un film italiano risolleverà le sorti del nostro cinema? Ci crede poco chi opera in Italia da anni nel settore, vivendo di stenti, costretto ad elemosinare giornalmente attenzione e soldi per portare avanti il proprio lavoro e non ci crede per nulla chi ha visto morire giorno per giorno Cinecittà per mano di Governanti che non hanno certo a cuore le sorti della cultura nel nostro Paese e ancor meno quelle della “settima arte”.

Vicky Amendolia

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