Italia ad America: “Quanto mi spacca l’Oscar”

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Sembra che, subito dopo la cerimonia dei premi Oscar, gli italiani soffrano di un prurito inedito: parlare di cinema. Se la voglia di commentare un film italiano che ha vinto la statuetta più ambita dopo quindici anni appare legittima, più che morbosa è invece la tendenza
a parlarne benissimo o malissimo costantemente e attraverso tutti i mezzi di comunicazione disponibili. Sarebbe interessante, ma ovviamente illegale (per fortuna), fare una ricerca delle parole chiave «sorrentino», «servillo», «bellezza», e via dicendo, su
piattaforme come whatsapp, facebook, twitter.
La morbosità del gesto sta nella sua incoerenza, nella banalità dei ragionamenti di fondo, che sfociano in pareri affrettati, estremi e troppo poco meditati. Se infatti, aprendo un qualsiasi profilo facebook, si leggessero pareri diversi gli uni dagli altri, sarebbe un segnale positivo, un cenno di ottimismo per credere nelle facoltà mentali di questo paese. In realtà, ciò che leggiamo ha il sapore della ripetizione e del «parere di massa»: film noioso, lento, incomprensibile, Servillo è monocorde, un film con la Ferilli non può vincere l’Oscar.
Dall’altro lato, chi difende il film sembra più coinvolto, ha ovviamente qualcosa da perdere (il proprio parere oltraggiato e deriso), quindi risponde in modo più vario. Ma spesso anche questo è ripetitivo, e speculare: il film non è noioso, non è lento, è comprensibile ma dice cose profonde, Servillo è il clone di De Filippo.
In breve: questa piccola guerra civile di recensioni non ha niente di culturalmente più elevato rispetto ai discorsi che si scambiavano gli italiani che facevano il tifo per Bartali o per Coppi. A dire il vero, sembra che abbia qualcosa in meno, dato che dietro Bartali e
Coppi almeno c’erano, idealmente, la Dc e il Pci.
Sarebbe molto più interessante capire invece le motivazioni profonde di chi è a favore o contro la vittoria dell’Oscar, o semplicemente il perché di tanto astio o di tanto affetto nei confronti del film.
Per onestà intellettuale devo comunicare al lettore che personalmente ritengo «La grande bellezza» un capolavoro, con pochi nei. Ma non sarebbe giusto qui scrivere per una fazione piuttosto che per un’altra. Il discorso è diverso: non è solo il film, ma anche il modo
in cui gli italiani vi partecipano «a fare notizia».
Si tratta di un film mediamente difficile, privo di una trama forte, dotato di una potenza visiva imponente ma non sempre immediata, concettuale; ma sarebbe semplicistico sostenere che chi non lo apprezza manca di sensibilità. In realtà «La grande bellezza» è un film potenzialmente per tutti. Negli anni ’50 e ’60, il grande cinema nostrano è stato compreso e apprezzato sinceramente da ampi strati della popolazione, in un’Italia infinitamente meno alfabetizzata. Non c’è motivo di credere che gli italiani siano meno colti oggi, o meno sensibili.La verità, a mio parere, sta nel fatto che oggi una parte del pubblico chiede qualcosa di diverso da un film. L’orizzonte di attesa di certi spettatori, intelligentissimi, è cambiato drasticamente. Nel momento che stiamo vivendo, colmo di incertezze, e che qualcuno ha definito «postmodernità», sembra che sia insopprimibile il bisogno della trama, cioè di quella componente filmica che mette basi solide alla fruizione. Il regista, gli sceneggiatori, devono accompagnare costantemente il pubblico lungo un percorso tortuoso di sottotrame, colpi di scena, personaggi che escono dalla porta e rientrano dalla finestra. Per paradosso, questo modo di agire rende meno inquieto lo spettatore. Meglio intraprendere un percorso a zig zag, ma ben marcato e intrigante, piuttosto che una strada dritta ma dai contorni confusi.
In questo senso, «La grande bellezza» non dà sicurezza. Il film di Sorrentino ha la grande dote di lasciare ampio spazio alle interpretazioni, di serbare dentro di sé più livelli di lettura: è un film bello quanto un libro, pur rimanendo un film. Il problema è che oggi una pellicola di questo tipo non può essere apprezzata da tutti. Tornando ancora una volta indietro nel tempo, negli anni ’50, ’60, e ’70 il rapporto degli italiani con la letteratura era molto più forte. E il rapporto tra letteratura e cinema era all’ordine del giorno, dato che gli sceneggiatori erano costituiti per l’80% da scrittori di professione prestati al cinema. Oggi è considerata un’assurdità la figura di uno specialista «prestato» a un’altra disciplina, perché sembra ovvio che una tale figura non sarà mai capace di lavorare allo stesso livello di una persona formata esclusivamente per rispondere a quel preciso compito. Ma con il cinema la situazione si rovescia: il grande cinema italiano è stato scritto da autori di prosa e di poesia, non da sceneggiatori professionisti. Anzi, sembra che proprio con l’ingresso del «professionalismo» la qualità dei film italiani sia andata scemando.
Detto questo, un film privo di trama come «Amarcord» di Fellini ha avuto il potere di conquistare non solo gli americani (i quali gli hanno assegnato il premio Oscar), ma anche gli italiani. Oggi tutto questo non è possibile. Non tutti possono essere contenti di un film come «La grande bellezza», a mio parere, proprio per questi motivi. Non si tratta di poca preparazione culturale generalizzata, ma di cambiamento di prospettive.
Sta di fatto che sarebbe più utile e, francamente, più interessante parlare di questo piuttosto che soffermarsi su pareri triti e ritriti.
In un articolo satirico apparso sul giornale online «Il menzognIero», tale Marco Ciotola racconta un ipotetico scambio di battute, finito in tragedia, tra alcuni amici che hanno appena visto «La grande bellezza». Non appena il confronto ha avuto inizio, “la situazione è subito peggiorata e sono volate parole pesanti; ma la vera svolta c’è stata quando Giovanna, compagna di Nicholas, ha usato l’aggettivo “kierkegaardiano”. A quel punto Giacomo ha tirato fuori una calibro 38 dalla tasca minacciando la donna ed intimandole di ritrattare».
Questo piccolo scherzo esprime bene il grado di partecipazione degli italiani al discorso in sé, ma purtroppo presuppone che la maggior parte della gente abbia visto il film in televisione, martedì sera, senza essersi distratto neanche un attimo per scrivere su facebook una battuta, sull’esempio «chi ancora non si è addormentato merita un premio». Non certo un sintomo di grande partecipazione. Non ci illudiamo, come qualche giornalista ha fatto, che questo film possa fare da traino alla nazione in crisi, al governo o a chi per lui. Purtroppo non sarà così perché i commenti che la maggior parte di noi ha fatto sono banali, materiale da pettegolezzo, discorso che ci protegge dall’imbarazzo quando entriamo in ascensore con uno sconosciuto.
Per tornare al ciclismo, se Bartali ha salvato la nazione dalla guerra civile dopo l’attentato a Togliatti, «La grande bellezza» purtroppo non avrà lo stesso potere magico di rimettere le cose a posto. Anzi, proprio come Bartali, ma in senso opposto e assai negativo, sembra che ci stia distraendo dai commenti sulla situazione fortemente problematica del nostro paese.
E soprattutto sembra che nessuno si sia accorto che, in un momento così delicato, Sorrentino abbia prestato il suo viso a una pubblicità della Fiat.

 

Saverio Vita

 

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Editoriale

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