Caro Direttore, ti racconto perché mi piace Nibali

nibali in salitaCaro Direttore,
da lettore del tuo giornale, non ho potuto fare a meno di leggere
l’articolo su Vincenzo Nibali. Il figlio migliore di questa
città torna a casa, viene ricevuto dalle autorità, inaugura piste
ciclabili o sedicenti tali e quindi ci abbandona. Sia chiaro, tu
sai bene quanto io ami il ciclismo e Vincenzo Nibali, il figlio , e
mi ripeto , che ogni padre di questa piccola città vorrebbe avere.
Da appassionato di ciclismo, sport che è metafora della vita,
osservo Enzo, come lo chiamano in famiglia. Ho seguito la sua
crescita di ciclista e di uomo in questi anni, senza sbandierare
amicizie, paternità e parentele che in questo momento stanno subissando questo meraviglioso esemplare di peloritanità: pare che un buon 80 % della popolazione gli sia “affine” per sangue o pedalate comuni. Dal che esce fuori che ha avuto non meno di 5 padri, 23 zii, 26 preparatori atletici, una squadra di rugby di scopritori delle sue doti atletiche. Eppure … eppure
quando da ragazzino lo conobbi, prima dell’avventura nascente in
Toscana, al contrario dei più, pensavo solo una cosa: coraggioso.
Sì, coraggioso il ragazzino che lascia mamma Giovanna, papà
Salvatore e Carmen, la sorella, ( non La Sorella) e va in terra di Bartali e Ballerini, ma soprattutto Corrieri. Sì, Giovannino da Contesse, gregario , come si diceva una volta, di Ginettaccio, di cui abbiamo da poco festeggiato i 100 anni dalla nascita. Gregario fedele ma che in cuor suo aveva Coppi, primo ed unico messinese ad avere vinto una delle tappe di elité di un giro di elite’ quale è il tour, la tappa finale, quella del carosello del parco dei principi. Tornerò su Bartali, ma dopo. Adesso racconto di Nibali. Figlio di una terra dove il chiacchiericcio ha più valore dei fatti concreti, dove vieni criticato se la bici ha un colore invece di un altro, dove la posizione della leve dei freni sul manubrio indica la verve da scalatore piuttosto che da velocista. Pensate al ragazzino, magro, secco come un cannolicchio da sabbia della riviera adriatica, un picciriddu tosto, che fa marachelle rubando i soldini dal “carusseddu” di Carmen, piuttosto che la Nutella. Uno che marina la scuola con perseveranza ed il cui padre gli taglia con il ”flex” il telaio della bici. Da qui la chiave di lettura del personaggio Nibali, il più grande personaggio a livello sportivo che la città abbia mai avuto. Città di serie B oppure C che si ritrova il più Nibali dei messinesi ad entrare nel ciclismo, ma no, nell’olimpo dello sport di sempre. Per sempre. Perché le vittorie di Vincenzo, le più note come Vuelta e Giro e per ultimo il Tour, non sono vittorie da poco, sono quelle vittorie, caro il mio Direttore, che rimangono scritte nella storia non solo dello sport , ma nella vita che si evolve, quella cosa che cambiamo società. Società dove molto cambia ma i valori di riferimento, l’onore, la dignità, il sacrificio rimangono sempre uguali. Paragono spesso il ciclismo alla vita, che ci fa entrare nei tunnel, aspettare la luce, poi usciamo , e di nuovo curve, chiaro scuri, ma sempre fatica ed incertezze. Il ciclismo, se vuoi, paragonalo al lavoro degli operai edili. Oggi (non so fino a che punto in questa città strana) indossano caschi, adoperano frullini degni dei pasticceri per impastare la malta, ma alla fine faticano. Sì, perché di fatica si tratta, sotto la pioggia o il sole, con il vento, con il datore di lavoro (estrema fatica) che dice : ” Ho problemi, ti do l’acconto ora, poi vediamo”. “Ora vediamo che ? Io lavoro, tu mi paghi, visto che hai la villa a Falcone, la moglie in pelliccia anche a Settembre e la BMW da 60 mila euro”.
Povera classe operaia.
I ciclisti anche se ricchi come Enzo, sono sempre classe operaia.
Si esibiscono in salita e discesa, in lunghe tirate ai 60 orari,
con il caldo ed il freddo. Vedi, il concetto di fatica non cambia,
si smussa. Il concetto di sudore e sofferenza non è mutuabile con
il mutuare delle epoche. Ganna sudava e cosi Girardengo, ma anche
Coppi, Bartali e poi Gimondi, passando per Moser e Saronni. E’ così, e lo dico da vecchio praticante di questa nobile arte
intersociale, la domenica il chirurgo che si chiamo
Pierluigi pedala accanto, ai 30 orari, al meccanico che si chiama Iano ( da Sebastiano). Che favola, il concetto di “livellamento” disciplinato dal frullare dei pedali, sul terreno che mette tutti d’accordo. Un concetto Marxista ( siamo tutti uguali) e Cristiano ( siamo tutti figli di Dio) al tempo stesso.
Bene, pur essendo distante come da qui a Marte passando per Valle degli Angeli da certe dottrine, di eguaglianza, dico: tutti a pedalare, tutti sudati, tutti a raccontare di quel giorno in cui hanno staccato sulla salita di Calamona un giovane Nibali di 15 anni. Nibali, sempre lui, metafore di una città allo sbando , di una pista ciclabile discutibilissima, di 60 o 70 centimetri appena, ma meno male che esiste. Il problema è convincere quello del pulmino che consegna braciole piuttosto che cannoli, che lì, il pulmino non può starci, deve essere spostato. Ma anche la signora che ostenta il taglio del parrucchiere del centro, sì proprio quella che dice: “Lei non sa chi è mio marito” ( magari il marito con tre avvisi di garanzia ma è chiaro la magistratura ha sbagliato), quella che fa a gara con la figlia per i jeans taglia 40 e che deve parcheggiare sulla pista ciclabile perché le hanno detto che lì, al civico 30, vendono con lo sconto l’acido per alzare le tette o che fa labbra “esagerate”. E allora, cara direttrice, hai un Nibali che decide di andare a cambiare la vita sua e della sua famiglia, e parte per andare in Toscana, a Mastromarco, dove altra famiglia lo accoglie e lo fa diventare uomo e ciclista , o forse e tutta una cosa insieme, e lo riconsegna alla storia dei questa nazione , di questa città, come un mostro sacro del ciclismo, quello dei Froom e dei Wiggins, che a dirla come Vincenzo (sì, Vincenzo quando si parla del ciclista che universalmente tutti conoscono) è un ciclismo pulito,
disciplinato da 8 ore di sonno, dai sacrifici a tavola, a letto ( capisci a me) e su strada. Altro che ( ma no, non facciamo nomi, ma si facciamoli) Riccò e Contador, sorpresi con valori abnormi incredibili. Storie parallele con sfumature diverse di materiale
dopante, drogante, falsante che fa diventare campionissimo il
campione, campione il buon corridore. Ma il brocco è e sempre
resterà brocco. Altro che pozioni magiche di certi vecchi santoni
che dal Veneto alla nostra provincia fanno provare porcherie
magiche a ragazzini senza barba. La Guardia di Finanza potrebbe lavorare benissimo sul sangue nostrum, altro che mare nostrum. Enzo no, Vincenzo no. Lui è altro ciclismo, quello operaio, ma fatto con nuovi metodi, dove si suda e si soffre nei ritiri nelle piccole isole spagnole, dove si incontra il caldo degli Emirati Arabi, il pavé delle classiche del nord Europa ed il
vento gelido del Kazakistan. Vincenzo, o Enzo se volete, è l’uomo
nuovo del ciclismo. Uno come lui, domani mattina potrebbe
telefonarti e dirti : “Direttore, da domani mi ritiro, e non faccio più nulla, ho già dato. Vediamo il prossimo che mi raggiungerà , che farà quanto ho fatto io per questa città. Pperché io sono nato a Messina e non a Mastromarco. Perché io, mangio braciole e non il  lampredotto. Perché io la mattina sogno la mezza con panna e la  brioche del bar vicino al negozio di famiglia, piuttosto che cappuccio e cornetto.”
Enzo è uno che parla poco, è uno che le cose le fa, un buddaci al contrario, un re Mida vero che pianificando, costruendo e sudando , come l’operaio di Valle degli Angeli o di Villaggio Unra, giorno dopo giorno mette su il mattone. Uno dopo l’altro, come gli scrivevo privatamente su FB , citando i Pink Floyd, “Another brick in the wall”. Viene in Città si mostra, si dona, non promette sfaceli, fa l’uomo equilibrato, corretto, che non sparla, che non da lezioni a nessuno e riparte, passando dalla ciociaria, terra della moglie, sibilando sui pedali in Toscana ed andando a prendere freddo in Kazakistan, dove lo attendono la troika della sua società , ma del suo Gran capo magari ti parlerò in privato. Si chiama Vinoukurov, Vino per gli amici, ed io tanto amico non lo sento. Lo vedo mentre lascia l’arancino e la granita, la spazzatura dell’angolo di via Tommaso Cannizzaro , lo vedo aspettare il tram che non passa. Ma no, lui non riesce neanche a criticare queste piccole grandi mancanze della città delle incompiute, la città del ponte che non esiste, della via Don Blasco appena bocciata, del Palazzo di Giustizia che si farà, dell’educazione stradale, degli organi di polizia che non vedono i tanti che vanno in giro senza casco “picchi’ c’è cauddu” (ma lo fanno anche a gennaio), o quelli che ascoltano quella che canta sono una muchacha sexy a tutto volume a Viale Giostra come a Piazza Cairoli. Perdonami direttore, ma sto ridendo a tutto volume, sull’auto che procede a balzi per via della potenza dei watt. Watt e torno a Nibali. Lo sai che quegli antipatici (quanto sono buono oggi ) dei cuginastri francofoni, quelli che se non abbiamo le barzellette sui caramba, loro hanno quelle sulla gendarmeria, hanno messo in dubbio la pulizia morale del nostro eroe? La risposta è presto data. Nibali, ha vinto la gara francese dall’inizio alla fine, da quella stoccata da finisseur in terra di Elisabetta, alla lezione sul pavé , si quello che anche noi in città dovremmo rivalutare, dando botte da orbi agli specialisti come Cancellara, o spocchiosi toreri come Contador che sull’Etna scattavano a ripetizioni, come se non sentissero il peso della salita. Mi riferisco ad un Giro di qualche tempo addietro. E poi le cadute, quelle degli altri. Perché devi sapere che Enzo un Giro lo ha perso per una caduta, questa volta è successo agli altri, altri che non sanno guidare la bici come lui.
E nel ciclismo si vince perché sei forte, temerario e coraggioso,
ma anche, particolare non trascurabile, se sai guidare la bici. E
“iddu” la bici la sa guidare. Cazzarola se la sa guidare. Insomma,
in due minuti e trentotto secondi, Vincenzo da Messina, se li è
conquistati nella sua Lepanto, mentre gli altri pesci grossi erano
in gara. Ma lui è nato Squalo. E mentre “certi” altri devono
trasformarsi fisicamente, per andare bene in salita o a cronometro,
lui resta Squalo, uno dei poche animali che vedi adesso com’era un
milione di anni fa.
Nibali è la città in cui vorrei vivere: è ordine e disciplina,
Nibali è il ragazzo della porta accanto che vorrei avere amico, quello senza cravattone, quello che non ti chiama compare a tutti i costi, quello che non ti dice “ora videmu”. Ora, espressione temporale che non vuol dire nulla a se non attesa. Nibali è il vero unico , grande terremoto dal 1908 ad oggi. Non un fatto da relegare, ascrivere, a mero avvenimento sportivo, Nibali è la città a cui dobbiamo tendere, quella che dobbiamo auspicare per noi e per i nostri figli. E’ la metafora del sudore che vorrei vedere grondare dalla fronte di politici ed amministratori pe r trovare le
soluzioni, vere, reali, durature ai problemi cittadini. Messina a
guida di un rivoluzione culturale e sociale, dove la gente scende
in piazza per un cambiamento reale e visibile per tutti. Nibali
docet, è un modello, quasi un prototipo. Sai direttore ho perso il
filo, ma di cosa avrei dovuto parlarti ? Ma chiudo tornando, come
promesso, a Bartali che spesso diceva : “E’ tutto sbagliato è tutto da rifare”. Calza a pennello per la nostra città. Nibali è perfetto.

A presto, altro che Vara ….

Lillo La Rosa

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Editoriale

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