Le parole di Francesca Rizzo: dal tempo alla felicità, in un libro autobiografico

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Incontriamo Francesca Rizzo, professoressa di Storia della Filosofia all’Università di Messina, in libreria; ordiniamo caffè e tisane e ci lasciamo travolgere da “Non farmi mancare le tue parole” edito da Rubbettino, per la collana Zona Franca. Il libro è nato durante il periodo di isolamento nel 2020, quando Francesca Rizzo ha trascorso il lockdown a Castelmola.

«Quando ho cominciato a pensare a questo libro – racconta – eravamo nella fase iniziale della pandemia. Il periodo di isolamento e straniamento mi ha portato a interrogarmi su cosa significa quella frase (il messaggio della figlia che dà il titolo al libro, ndr.) e, soprattutto, mi sono chiesta: è possibile lasciare un’eredità di parole? Sì, perché no». Così le parole prendono forma; parole importanti che hanno determinato un percorso di vita o, che in qualche modo, sono sempre tornate; parole che vengono consegnate al lettore, dedicate a quello che dell’esistenza dovremmo cogliere.

Il libro, infatti, è un racconto che intreccia episodi autobiografici a riflessioni filosofiche; perché la filosofia e l’analisi profonda dell’umano sono sempre stati al centro della ricerca e del lavoro svolto da Francesca Rizzo. «Ma quali parole nella mia vita hanno avuto un’importanza, tanto da poter dire alle mie figlie, a cui il libro è dedicato, ve le lascio?». Le scopriamo insieme, in una conversazione lunga e mai noiosa, con uno sguardo vigile al presente e la voglia di andare alla ricerca della felicità.

Le parole di Francesca Rizzo

Il tempo è la parola che apre il libro di Francesca Rizzo: «noi siamo tempo, la cosa più preziosa che abbiamo è questo. Detesto la frase: passare il tempo. Se lo passi, lo sprechi. Il tempo va vissuto. La tua esistenza è tempo. Quelle pagine sul tempo, le concludo con un invito: non sprecarlo. «Non conosco possesso più grande – scrive la Rizzo – di quello del tempo concesso a ognuno e ora, che ne ho inevitabilmente poco, voglio centellinarlo come una fresca granita».

Un tempo pienissimo, quello della prof. Rizzo, dedicato agli affetti, agli studenti, anche agli errori. «Ho giudicato esperienze pesanti o dolorose, ma anche quelle fanno parte della mia vita. L’errore non esiste. Tutte le esperienze, anche quelle che poi dopo pensi che potevamo essere diverse, di fatto non sono state errori. Perché evidentemente non potevi fare diversamente».

Caso. Destino. Leggerezza. Pesantezza. Francesca Rizzo si sofferma anche su queste parole all’interno del suo libro. «La leggerezza potrebbe essere anche vuoto. La pesantezza è anche il bambino nel grembo della mamma, un peso che vuol dire vita, che si rinnova, che continua». E poi ancora coscienza e vigilanza. «Mi concentro sempre sullo sforzo di essere vigili. Essere attenti al tempo che passa, agli altri, essere attenti su se stessi, anche se siamo un flusso di emozioni». Ma anche termini che appartengono alla quotidianità: la casa, per esempio. «Il luogo degli affetti, della conservazione della memoria, dei figli che sono andati via». E poi libri. «È parola che ci deve accompagnare sempre, perché siamo i libri che abbiamo letto». E, infine, la felicità, ma su questo ci arriviamo tra poco.

Il presente

Un libro, quello di Francesca Rizzo, che sembra parlare di un tempo presente; oltre alle distanze, quelle fisiche dovute alla pandemia, infatti, si parla anche di confini e frontiere, che ci richiamano alla mente i conflitti russi-ucraini. «Distinguo tra confine e limite – spiega ancora la Rizzo. Noi dobbiamo essere consapevoli dei nostri limiti, non fosse altro che per superarli o per tentare di superarli; il confine, invece, nella sua origine latina ha il cum che unisce. I confini sono un prodotto storico-politico e questa guerra che stiamo vivendo è una guerra, come tutte le guerre, che non ha senso. Noi siamo giunti, come Europa, ha un superamento di confini, le frontiere le abbiamo spostate. Adesso puoi studiare in Italia e lavorare poi in Inghilterra. A me piace la globalizzazione della cultura, la globalizzazione del riusciamo a capirci perché abbiamo un’umanità che ci unisce, quella dobbiamo difendere e coltivare».

E allora perché viviamo ancora le crisi? «Kant ti risponderebbe: perché l’uomo è un legno storto. C’è una deriva in senso materiale, c’è sempre questo dannato e diabolico potere. La smania del potere. Quel signore che sta facendo la guerra agli ucraini, che pare che abbia miliardi e miliardi, che poi vive come un topo. Dovremmo pensare non al potere, ma al servizio. Tutte le religioni ci insegnano che il potere non è il possesso, ma il servire. C’è una recrudescenza, una voglia di andare indietro. Putin legge la storia al contrario: cosa vuole fare un impero zarista? Sembra quasi che ci sia un desiderio di divisione, una confusione totale. C’è una disumanizzazione. Ci siamo dimenticati la compassione, il segno dell’umanità; mi dolgo con te. Schopenhauer dice che la compassione è la più grande virtù etica».

Da qui arriva uno dei concetti più interessanti del libro di Francesca Rizzo: la consapevolezza dell’ovvio. «Anche il tragico diventa quotidiano. A volte lo sperimento su me stessa. Durante i primi giorni della pandemia ero più sconvolta, poi mi sono accorta che inizio ad abituarmi alla pandemia. Ora ci stiamo abituando anche alla guerra, ma dobbiamo stare attenti; perché l’ovvio è ciò su cui meno riflettiamo. Non c’è niente di ovvio e di evidente. Ci sono soltanto gli assiomi geometrici a essere evidenti, ma tutto quello che appartiene all’umano non è mai evidente».

Noi e gli altri

Ma questa consapevolezza dell’ovvio è legata in qualche modo all’individualismo, che sembra essere un fenomeno predominante ai giorni nostri? «Anche qui dobbiamo partire dalle parole, perché dalle parole ci sono i concetti, che cambiano forma, perché anche le parole hanno una loro evoluzione. L’individualismo viene da individuo, che significa indivisibile. È stata una grande conquista di consapevolezza del proprio sé. Noi siamo unici. Poi le parole che acquista il suffisso -ismo, diventano negativo. È chiaro che ognuno difende il proprio sé, ma intesa come libertà. Un concetto forte e positivo. Nella vita è tutta una questione di equilibrio. Il concetto di individualismo deve andare di pari passo con il concetto di alterità inteso come: io e l’altro».

La scuola

Come abbiamo detto, in “Non farmi mancare le tue parole” i concetti filosofici bene si intrecciano con la vita vissuta da Francesca Rizzo, dedicata all’insegnamento all’Università di Messina, passione nata durante gli anni del liceo grazie al professore Giacomo Macrì, al Maurolico. «Ancora lo rivedo». Ma oggi esistono dei punti di riferimento? «I filosofi di oggi urlano, sono supponenti. Tutto quello che un filosofo non dovrebbe essere. Certo non possiamo generalizzare, però c’è un disamoramento. Insegnare non è un lavoro come tutti gli altri; l’insegnamento deve essere una passione, devi misurarti sempre con te stessa, implica un lavorio interiore per cercare la via che possa suscitare l’interesse degli studenti».

Educare alla felicità

E arriviamo così alla fine di questa lunga chiacchierata con Francesca Rizzo; la felicità: il dilemma su cui tutti ci confrontiamo ogni giorno. «Riporto una frase di una persona che a un certo punto, all’età di 63 anni, mi fece capire una cosa sulla quale non avevo mai pensato: bisogna educare alla felicità. Educare, perlomeno, alla ricerca della felicità, perché la felicità esiste; la capacità di accogliere l’altro. Educare a ridere, a sorridere, a prendersi in giro, a non prendersi troppo sul serio. Dovremmo esercitarla tutti i giorni». Spegniamo il registratore, la chiacchierata continua e si parla di amore, di amicizia e ancora di storie. Proprio in questi giorni, infatti, è uscito l’ultimo libro di Francesca Rizzo: “Mia diletta Rosalia. Innamorarsi in Sicilia nel 1906” (Libreria Antiquaria Drogheria 28). Quaranta lettere d’amore, da Taormina a Mineo.

 

 

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