Passione, determinazione e ironia. Ecco Stefania Tedesco, l’autrice di “Ciatu mei”

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“Ciatu mei”, è il nuovo romanzo della scrittrice Stefania Tedesco, presentato in una affollatissima Gilda dei Narratori di Messina giovedì 18 aprile. Un romanzo che parla della seconda indagine di Cecilia Orlandi. Diversi i temi affrontati nel giallo: omicidio, disturbi alimentari, ecologia del mare, N’ndrangheta. Un libro che promette di entusiasmare il lettore dalla prima all’ultima pagina. Tra la passione per il fantasy, i romanzi di Camilleri e Agatha Christie, l’autrice si racconta e fa conoscere il suo “Ciatu mei”, edito Scatole Parlanti.

Chi è Stefania Tedesco?

«Ciao amici di Normanno. Stefania Tedesco è una persona piena di contraddizioni e complicazioni ma che tutto sommato si diverte a fare quello che fa nonostante la timidezza che (spero) sia mascherata bene. Da qualche anno sono una scrittrice. Di solito gli scrittori nascono con la vocazione della scrittura ma nel mio caso ho iniziato a scrivere qualcosa tre anni fa. Questo qualcosa è stato “Nuvole Grigie”, il mio primo romanzo. Come scrittrice sono abbastanza recente, nella vita faccio l’editor e il correttore di bozze e di tanto in tanto collaboro con gli amici della Gilda. Ho un gruppo  di lettura dedicato al giallo. Una vita dedicata ai libri».

 Hai sempre desiderato diventare una scrittrice “da grande”? C’è stato un momento in cui hai realizzato che questo della scrittura fosse il tuo posto nel mondo?

«Non l’ho ancora realizzata questa cosa perché non è un sogno che ho da bambina ma la scrittura è diventata una componente importante della mia vita, una fetta molto ampia delle mie giornate. Per uno scrittore in Italia è difficile vivere solo di questo dal punto di vista lavorativo ma come passatempo e impegno forte si può fare».

Da dove viene la tua passione per la scrittura?

«Io sono una lettrice molto forte e sicuramente leggere tanto stimola la fantasia. Poi come si passa dall’idea di leggere qualcosa allo scrivere direttamente credo serva sempre un motore. Nel mio caso è stata una persona a me molto cara che, in un periodo particolare della mia vita, mi ha suggerito di scrivere qualcosa. Mi disse “siediti e scrivi” e così ho cominciato un po’ per gioco a mettere sul pc qualcosina che andava ad ingrandirsi sempre di più. Alla fine in tre mesi è diventata la prima stesura del mio romanzo».

Chi sono i modelli letterari a cui ti ispiri?

«Io sono una lettrice onnivora. La mia preferenza riguarda il thriller e il noir. Sicuramente dal punto di visto formativo come scrittrice il giallo all’italiana mi ha formata tanto. Io cito sempre Andrea Camilleri che è inarrivabile per ogni scrittore ma voglio citare anche Agatha Christie e i delitti a camera chiusa che mi hanno sempre affascinata».

Che libri leggevi da adolescente? Quanto, quei libri, ti hanno influenzata in quello che oggi è il tuo modo di scrivere?

«Da adolescente leggevo tantissimi fantasy. Sono nata e cresciuta nel periodo delle uscite dei romanzi di Harry Potter ma cito anche Il Signore Degli Anelli e l’universo Tolkien. La passione del giallo come tipologia di lettura è arrivata più tardi, dopo l’università».

 “Ciatu mei”, respiro mio, è il titolo di questo romanzo. Che significato ha per te questa espressione? Come mai hai deciso di inserirla proprio come titolo del tuo romanzo?

«Proporre ad una casa editrice non siciliana un titolo strettamente in siciliano, perché Scatole Parlanti è di Viterbo, è stata una sfida e credevo lo bocciassero. “Ciatu mei” per noi in Sicilia vuol dire “respiro mio” ma limitarlo a questo non basta. Sono di quei termini dialettali che rendono solo nella lingua ed è l’essenza che ti lega ad una persona. Ciatu mei è un giallo, ha per protagonista Cecilia Orlandi che è un commissario di polizia e c’è la scomparsa di un ragazzo che fa da corriere della droga che viene trovato morto in una scarpata: questo porterà a tutta una serie di aperture delle indagini. L’espressione “ciatu mei” è un modo affettuoso in cui il padre di Cecilia chiama sua figlia. Il titolo è stato fin da subito questo e sono riuscita a mantenerlo e mi ha reso molto contenta».

Quanto tempo hai impiegato a scrivere questo romanzo? Perché hai scelto proprio il genere giallo?

«Questa stesura, rispetto al primo romanzo “Nuvole Grigie” che ho scritto in tre mesi, ha avuto una gestazione più lunga, circa sei/sette mesi. Il genere giallo nasce dal fatto che sono figlia di un luogotenente dei Carabinieri, mio nonno era in Polizia, quindi l’aria delle indagini l’ho sempre vissuta a casa e questa cosa è stata utilissima nella scrittura perché, quando avevo un dubbio dal punto di vista lavorativo, andavo da mio padre a chiedere».

 Come mai hai scelto di integrare la tematica dei disturbi alimentari nel tuo romanzo?

«Credo che di disturbi alimentari si parli sempre troppo poco e se ne parla spesso per stereotipi. Purtroppo oggi l’incidenza dei DCA è molto elevata soprattutto dopo il lockdown c’è stata un’impennata di casi nei bambini, negli adulti e negli uomini. Il mio personaggio Cecilia soffre di binge eating, mangiare in maniera compulsiva per sfogare il proprio dolore, la propria frustrazione o per compensare un vuoto emotivo e Cecilia, un po’ come tutti noi, ha diversi buchi dell’anima dettati dalla vita che compensa in questo modo. Secondo me è una tematica poco affrontata o affrontata per stereotipi e volevo dare il mio punto di vista sulla questione».

Donna, divisa e disturbi alimentari. La tua protagonista incarna tutte queste “3d” che insieme formano un connubio interessante. Credi che nella società di oggi romanzi con queste tematiche possono contribuire a rompere alcuni tabù?

«Credo che la letteratura sia un ottimo veicolo per trasmettere messaggi, qualunque essi siano. Per me il tema del DCA era da affrontare ed è il mio punto di vista che chiaramente non è assoluto. In questo romanzo ci sono diversi temi come quello dell’immigrazione, dell’ecologia del mare, si parla di N’drangheta. La lettura deve essere chiaramente un passatempo ma, se offre anche un piccolo spunto di riflessione, secondo me è una cosa utile».

Quanta Stefania Tedesco c’è in Cecilia Orlandi?

«Scrivendo due romanzi in prima persona, inevitabilmente un po’ di passaggio c’è stato. La scrittura è anche terapeutica ed io e Cecilia abbiamo in comune l’ironia e il sarcasmo però siamo anche diverse. Io sono più diplomatica, Cecilia è più diretta. C’è molta Stefania Tedesco ma non è la mia trasposizione su carta».

Qual è il messaggio principale che desideri che i lettori ricevano dal tuo libro?

«Più che un messaggio principale spero di regalare un paio di ore di svago anche se il libro è un giallo e ha temi come l’omicidio, la N’drangheta, i disturbi alimentari. Spero di regalare qualche ora di spensieratezza. Nella lettura infatti c’è anche molta ironia perché io stessa sono una persona molto ironica. Mi auguro di regalare questo».

Ci sarà una terza indagine per Cecilia Orlandi? Quali sono i progetti per il futuro?

«Si, assolutamente si. C’è già un prologo, c’è un primo capitolo, tutta una serie di idee. Adesso mi sto godendo il momento di promozione di “Ciatu mei”. Un terzo sicuramente ci sarà».

Se dovessi dare un consiglio ad un aspirante giovane scrittore/scrittrice di Messina, quale sarebbe?

«Una volta mi dissero che a Messina non si può fare niente, che è una città vuota e non si può lavorare. Io non sono d’accordo. Due libri li ho pubblicati, quindi se una cosa ti piace e la senti tua non è il luogo che la rende impossibile, sono i limiti che ti poni tu. Se poi non riesci, almeno ci avrai provato».

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