Il vento gelido penetrava tagliente i vestiti

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 Il vento gelido penetrava tagliente i vestiti. Veniva da  fredde e inquiete terre lontane e, malgrado il viaggio, non aveva perso vigore. I giorni della Merla e quelli successivi, erano stati all’altezza della loro fama.

Da poco, il chiarore del giorno, aveva illuminato la campagna ed io, ben coperto, visitavo il vigneto pronto per la potatura. Il corpo contorto della vite dormiva, ed i rami secchi che avevano ospitato i grappoli, erano l’unico ricordo della precedente estate.

Bisognava organizzarla, mani esperte, avrebbero dato un senso alla crescita delle piante nella stagione successiva.

La morsa del freddo non cessava, in città poche persone girovagavano intirizzite, chi poteva, restava in casa, al caldo. Piumoni e coperte la facevano da padroni, oltre, chiaramente, a stufe e  camini.

I gatti, i cani e gli animali selvatici cercavano un riparo, preferendolo anche al cibo.

Il campagna, i comignoli fumavano senza sosta, i vecchi casolari davano fondo alle riserve di legna ed anche sul cibo si cambiava abitudini. E’ normale, col freddo, cercare cibi più grassi ed, anche, la scelta del vino cambia.

Tornato dalle mie osservazioni del vigneto, accesi il camino. I rami scoppiettarono allegri ed io mi potei riscaldare. Aspettai l’arrivo dei potatori, poi, date le indicazioni necessarie, cominciammo. Ogni pianta veniva, prima studiata, poi, lasciato un tralcio da cui sarebbero partiti i rami della prossima stagione, potata e legata ai fili d’acciaio della spalliera.

Mentre si lavorava, uno di quegli uomini, induriti dal lavoro dei campi, cantava, e gli altri lo seguivano nei ritornelli. Sorrisi, sorpreso da quella tenera allegria. Verso la fine della mattinata, rientrai in casa, rivitalizzai il fuoco del camino, preparai la carne da arrostire e misi  le patate sotto la cenere. Scesi in cantina. Volevo un vino profondo e tannico, che ben si sposasse con la pancetta di maiale arrostita sulla brace. Trovai un  Passo delle Mule, Nero d’Avola in purezza della Duca di Salaparuta, Feudo “Suor Marchesa”I.G.T. Sicilia.

Chiamai i potatori, e misi la carne sul fuoco, le patate erano a buon punto e aprii il vino.

Entrarono, il tepore della stanza li cominciò a riscaldare e tutti si diedero da fare per terminare le incombenze della preparazione del pasto. Uno di loro, portò il pane, cotto da lui nel suo forno a legna, lievitato con lievito madre, una di quelle pagnotte che sono più buone il giorno dopo, lo condì con il suo olio di frantoio, sale,  pepe e lo divise. Poi, un bicchiere di vino in mano, aspettarono che la carne fosse pronta. Tutti lo osservarono con attenzione, figlio del lavoro  di uomini come loro. Il vino, nel bicchiere, si presentava con un colore rosso intenso e profondo ed io ne parlai, mentre dividevo i pezzi di pancetta. Dissi che si potevano ben distinguere i profumi di ciliegia, lampone, spezie e vaniglia in buon equilibrio. Il corpo importante, riportava ai suoi profumi e  si sentiva la sua gradazione alcolica, poi i tipici tannini, ben equilibrati che lo rendevano più garbato, e tutti ascoltarono in silenzio.

Poi, tornammo al vigneto, riscaldati dal fuoco, dal pasto e dal vino.

Finito il lavoro, ognuno tornò a casa.

Io, solo, osservavo il vigneto, liberato dal peso dell’anno precedente. Il sole tramontava.

Venere fece capolino,  nel vespro. In lontananza, il rumore del mare accompagnava i miei pensieri sulle stagioni che non ritornano e sul lavoro degli uomini.

 Il tempo del sacrificio, che è costituito, prima,  da sogni e progetti e, poi, da stanchezze; il tempo dell’ attesa e delle preoccupazioni, che a volte cambia le aspettative; il tempo della raccolta dei  frutti, intriso  di soddisfazioni che ripagano e il rumore, senza sosta e senza tempo, del mare che, rende tutto, così effimero.

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