Foto 03 - Favara FARM Cultural Park

Favara FARM Cultural Park: cosa sta succedendo e perché ci riguarda come siciliani e cittadini

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7' min di lettura

Cosa ci insegna questa storia?

Mentre attendiamo di capire cosa accadrà a FARM, possiamo già trarre alcuni insegnamenti da questa storia. Innanzitutto che le rivoluzioni non sono passeggiate: chi decide di cambiare un luogo o una situazione deve necessariamente sporcarsi le mani.

Non è la prima volta, infatti, che chi si occupa d’arte in Sicilia deve avere a che fare con la burocrazia e i problemi ad essa legati. Chi è più grande ricorderà le lotte di Antonio Presti, proprio in provincia di Messina, per l’installazione di opere d’arte in un territorio allora in stato di semi-abbandono e che oggi, anche grazie a queste opere, vive una nuova vita. Lo stesso è successo in provincia di Trapani per il cretto di Burri, oggi una delle opere di land art più spettacolari al mondo, nata dopo non poche peripezie.

Ma il caso di FARM aggiunge un aspetto fondamentale: le persone. Vuoi perché siamo nell’epoca dei social network e delle connessioni, ma un luogo come FARM, a Favara, senza i rapporti intessuti in questi anni da Andrea e Florinda non sarebbe mai esistito. E chi ha avuto la fortuna di incontrarli e parlarci (a Messina Bartoli e famiglia sono stati due volte grazie a I-Care), sa di cosa stiamo parlando. E, anche per questo motivo, se ci sta a cuore la cultura del cambiamento tutti noi dovremmo dire #NOISIAMOFARMCULTURALPARK.

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  1. Siamo messi male, in questo Paese, se continuiamo a sognare ‘rivoluzioni’. Le leggi non sono ‘armi e munizioni’ da usare contro i cittadini. In uno Stato di diritto come il nostro sono i criteri per contemperare le opposte esigenze. Come in questo caso. Se qualcuno si è sentito leso nel suo diritto di proprietà aveva tutte le ragioni per rivolgersi all’Autorità competente. Vuol dire che, probabilmente, non è del tutto esatto che i cortili siano tutti di proprietà di Bartoli, altrimenti il problema non si sarebbe posto. Del resto altre testate parlano di richiesta di autorizzazione per occupazione di suolo pubblico. Per come la vedo io, non era il caso di montare un caso. Per dirla con un grandissimo messinese, in omaggio al sito che mi ospita “Too much adoo for nothing” Ma se come modello di riferimento si cita Antonio Presti che, se ben ricordo, piazzò una scultura faraonica proprio sulla spiaggia senza chiedere niente a nessuno, io rispondo: “No, grazie”.

    1. Salve Valenziano,

      intanto grazie per il feedback al nostro articolo e per la citazione al “Too much adoo for nothing”. Quello che volevamo evidenziare è che, spesso, la cultura e il cambiamento passano attraverso azioni dirompenti e, purtroppo, la burocrazia – non la legge – frenano l’innovazione che ne deriva.
      Nessuno mette in discussione le norme e le leggi, l’unico punto in cui viene fatto nel nostro articolo è all’interno di una citazione del fondatore di FARM.

      Il pezzo nasce, invece, proprio dai problemi che la burocrazia sta generando ad un’opera che per anni, indiscussamente, ha portato un nuovo slancio economico-culturale ad un bel paesino (Favara) che non era valorizzato. Il punto è che, per due opere mobili (per le quali era legittimo chiedere la rimozione), viene richiesto di smantellare tutti i sette cortili. E l’ironia maggiore è che la richiesta viene dallo stesso Comune con il quale il team di FARM sta discutendo, evidentemente su altri fronti, per un’occupazione a titolo oneroso e per la quale ha già pagato una prima rata.
      Non è la legge la causa del problema, dunque, ma una burocrazia probabilmente distratta.

  2. Mi permetta di farle notare che, sposando pregiudizialmente il punto di vista della FARM, sta mettendo in discussione l’operato di chi ha l’onere di applicare norme e leggi. Nulla di illegittimo, per carità (magari si scoprirà che i “burocrati” hanno sbagliato e che il TAR, se coinvolto, farà chiarezza). La sensazione é che, in nome dell’Arte (poi saprà chiarirmi cos’é Arte e cosa non lo é) si possa o si debba essere piú “elastici” riguardo le regole. Se poi é vero (per come si legge nell’appassionato intervento di Bartoli) che i “burocrati” hanno avuto colpevolmente un occhio di riguardo per altri e un’ossessione punitiva per la Farm, beh, perché non denunciarlo agli organi competenti? La invidio per come ha individuato buoni e cattivi e sciolto il dilemma. Io non ne son capace. Attendo gli sviluppi. Buon lavoro

    1. Gentile Gero buongiorno, il giornale non si schiera pregiudizialmente con FARM, ma ne rispetta il valore culturale acclarato dalle innumerevoli opere artistiche e dai milioni di visitatori degli ultimi 7 anni.
      Non si chiede, poi, alcuna “elasticità” alle norme ma semplice coerenza: il Comune da una parte concorda l’utilizzo del suolo a titolo oneroso e dall’altra, quasi contestualmente, chiede il ripristino dello stato dei luoghi quando sarebbe stato sufficiente richiedere un intervento sulle opere “incriminate”. Sarà la Legge a stabilire cosa è giusto ma, ed è questo il focus dell’articolo, proprio una mancanza di coerenza di questo tipo rischia di essere il vero freno ad iniziative interessanti e di valore.

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