Ccu na puttàu sta iaddina ‘nto pettu?

albero-messinaDopo sei mesi di sindacatura Accorinti, serpeggia tra i messinesi (non tanto sommessamente) il fatidico quesito “Ccu na puttàu sta iaddina ‘nto pettu?”. La risposta più adeguata potrebbe essere “ Voi: u vulistu? E ora vu cianciti!”.

Non credo che sia la risposta giusta, perché caricherebbe di responsabilità negative i cittadini che, regalando a Renato Accorinti il proprio voto (personalmente a lui e non alla sua lista di riferimento), hanno avuto, comunque, il coraggio di esprimere con forza disprezzo e disistima verso la nomenclatura politica che ha buttato nel baratro la città zanclea, trasmutandola nel corso degli anni da nobile esempio di civiltà e cultura in città “babba” dapprima e poi in “verminaio” (termine che aborrisco, ma tant’è), disseccandola da ogni possibilità di crescita economica e sociale: è questo il valore vero e unico dell’elezione di Renato Accorinti che tutti coloro che nel futuro aspireranno alla poltrona di sindaco dovranno tener ben presente. Quanti tra quelli che lo hanno votato hanno creduto veramente che un soggetto come lui, anarchico di fatto e di credo, esperto solo di sport, di proteste in piazza, di sit- in (e di null’altro) potesse risollevare le sorti di Messina?

L’atteggiamento di rigetto nei confronti del neo sindaco da parte di gran parte dei messinesi è stato ulteriormente rinfocolato dalla profonda tristezza che ha ammantato la città nel periodo natalizio: niente luminarie e tre ignobili alberi stilizzati che solo una fantasia sfrenata e accondiscendente può classificare come alberi di Natale e di presepi proprio nessuna traccia. Sarà perché il signor sindaco è buddista o perché davvero, come sarebbe stato affermato, le luminarie del 2011 erano “fuori norma”? Questa seconda ipotesi pare che non trovi fondamento in alcun documento che attesti ciò, ma è certamente utile e conducente a lenire gli effetti del disagio dei messinesi privati dello spirito del Natale che è simbolo di rinascita di una nuova vita e, dunque, in tutto il mondo foriero di speranza: le luminarie di Natale non rappresentano altro che questo e questo è l’effetto psicologico che producono nell’animo della gente che così incamera un barlume di ottimismo per il proprio futuro.

Certamente ciò che è accaduto a Natale non è il punto focale della faccenda, ma è un evidente sintomo della tipologia di questo personaggio. Il problema è, infatti, che Accorinti decide cosa sia meglio per i cittadini misurando il tutto con il suo modo di essere e di pensare, non avendo ben compreso che è lui al servizio della città e non il contrario, che l’essere sindaco non gli dà il diritto di usare questa carica per dare ulteriori corpo e spinta al proprio credo politico – religioso (e di un centinaio – forse – di suoi accoliti), alle proprie “voglie” e ai propri “capricci” e che lui ha il dovere di non essere il sindaco di una minoranza ma di tutti: la circostanza che il centro della sua attenzione sia se stesso, che il suo operato sembri essere teso solo a far parlare di sé, nonché delle proprie ideologie, e che pare che non sappia posizionarsi rispetto ai problemi che dovrebbe affrontare, fa sorgere il legittimo sospetto che covi in sé qualche sprazzo di narcisismo.

Tutto ciò considerato, e la circostanza che Renato Accorinti fosse già conosciuto a Messina per il suo modo di essere, porta, dunque, a chiederci come vada classificata la fiducia a lui concessa: potrebbe ritenersi un voto di protesta, quando non indicativo di desiderio di sfascio e il problema è , a quanto pare, che è in questa seconda ipotesi che riconosce se stesso il neo-sindaco, dimostrando ciò con fatti e comportamenti, o meglio, con l’assoluto personale immobilismo. A parte, infatti, risibili provvedimenti (quali, ad esempio, spegnere le luci del pilone di Punta Faro per non disturbare il volo degli uccelli migratori), ha lasciato totalmente in mano ai burocrati del Palazzo la gestione (non solo ordinaria) della città, limitandosi ad occupare il proprio tempo in folkloristiche performance di scarso profilo che hanno avuto quale unico effetto quello di ricoprire se stesso di ridicolo (ma questo è poco male) e l’intera città: che dire, ad esempio, dell’esternazione naif in occasione della festa delle forze armate (quando si è presentato con la bandiera pacifista e con un discorso oltraggioso)? O quando in occasione della messa di commemorazione della strage di Nassiria non si è per nulla presentato?

Ed intanto funzionari e dirigenti sono lasciati allo sbando, costretti a gestire la res publica da soli e probabilmente andando qualche volta anche oltre ciò che è tra i loro poteri: ma chi dà loro l’indirizzo e li controlla? Nessuno (per lo meno, non coloro che avrebbero il potere-dovere di farlo). Il sindaco è in altre faccende affaccendato. E gli assessori? Perché c’è anche la Giunta al Comune di Messina? E che fa? Silenzio.

C’è da chiedersi se il Primo cittadino abbia consapevolezza che questo suo modo di essere, di pensare e di comportarsi faccia sì che egli appaia come una sorta di “pupo” dietro le cui spalle agirebbe un anomalo “Governo ombra” (pure questo, purtroppo, inconcludente) di non chiara (e forse plurima) matrice, pur restando in capo a lui ogni e qualsiasi responsabilità civile, penale e amministrativa che condividerà con i funzionari e i dirigenti, qualora questi abbiano posto o pongano in essere atti, fatti o comportamenti illeciti, illegittimi o, comunque, non conformi alle leggi vigenti.

Non v’è dubbio che Accorinti sia una persona onesta sotto ogni profilo, ma la sfiziosa madre Natura non poteva anche dotarlo di qualche “marcia in più”? Basta a Messina la sua onestà (come se poi l’onestà sia una cosa tanto fuori dal comune) per uscire dalla melma in cui è stata relegata? Evidentemente no e la colpa non è dei cittadini che l’hanno votato, ma di quelli che, pur avendo le carte in regola per partecipare all’agone politico amministrativo, sono rimasti con i remi in barca. Quali sarebbero le “carte in regola” di un buon sindaco per una città come Messina, oltre all’onestà? Intelligenza, esperienza, preparazione, lungimiranza, capacità di programmazione, di lavoro in team, di coinvolgimento, di prendere decisioni e di saper delegare (ma scegliendo le persone giuste), di saper valutare le proprie decisioni e azioni anche sotto il profilo finanziario, ma soprattutto di saper raggiungere risultati.

C’è chi afferma che “solo” da sei mesi è alla guida della città, ma il buongiorno si vede dal mattino, se è vero, come vero è, che neppure questioni attinenti al bilancio, al dissesto e alle partecipate hanno avuto la sua augusta attenzione (per non parlare del lordume per le strade e dello sconcio abbandono complessivo in cui versa la città come non mai).

Che fare? Certamente i consiglieri comunali, come sempre in questi casi accade, non hanno alcun interesse in questo momento ad elezioni anticipate, visto che di fatto hanno il potere assoluto e non sono assaliti dal desiderio masochistico di lasciare la “poltrona” e, quel che è peggio, non pare ci sia in atto all’orizzonte nessuna compagine politica, né personalità adeguata a questo gravoso incarico disponibile a scendere in campo.

Resta il mistero del perché Renato Accorinti si sia candidato alla carica di Sindaco di Messina e del perché, ottenuta la fiducia dei suoi concittadini, la stia deridendo comportandosi così: forse si ispira al filosofo trascendentalista Henry David Thoreau che in “Disobbedienza civile” scrisse che “Il miglior governo è quello che non governa affatto”? C’è da dire, però, che Thoreau non pretese mai durante tutta la sua vita di governare una città e anzi, al fine di dimostrare che l’uomo può vivere bene con i propri mezzi a contatto con la natura, per due anni si ritirò in campagna “a cogghiri alivi”: penso che sia proprio questo che dovrebbe fare Accorinti per restare fedele alle sue tendenze e aspirazioni.

 

Vicky Amendolia

 

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Editoriale

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