Caso Genovese. C’erano segnali per capire che sarebbe caduto sotto un fuoco amico

genovese teneroPd e Sel. L’avrebbe mai pensato, Francantonio Genovese, che proprio
da lì sarebbe arrivata la bordata? Loro, con il M5S, hanno allargato
la falla nella corazzata Genovese, una potenza nel Pd, visto che
alle primarie per scegliere i deputati di fine 2012 è stato il più
votato in Italia con 19.590 preferenze. Adesso, se affondarla o meno, quella corazzata, lo deciderà la Camera a breve, probabilmente dopo le elezioni europee.
Intanto rimangono quei sì all’arresto del parlamentare messinese accusato di associazione a delinquere, concorso in riciclaggio, peculato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, dichiarazioni fraudolente ed emissione di fatture per operazioni inesistenti nell’ambito della inchiesta sulla Formazione avviata dalla procura di Messina.
Il giorno dopo la decisione della giunta per le autorizzazioni della
Camera, dunque, una prima valutazione del perchè di questo fuoco
amico occorre farla.
Andando a ritroso, infatti, “leggiamo” che alcuni segnali c’erano
stati.
L’ex sindaco di Messina, Francantonio Genovese, figlio del senatore
Luigi e nipote del ministro Nino Gullotti, dunque un percorso dorato in politica, è “scivolato” lo scorso anno. Era luglio 2013 quando è scattata l’inchiesta “Corsi d’oro”, che ha portato agli arresti domiciliari, tra altri, anche sua moglie, Chiara Schirò. In quella occasione, nè dopo, nessun apparente sostegno dall’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Ed è strano. Strano perchè Genovese gli aveva facilitato la
segreteria nazionale del Pd con la compagine messinese. Un
lavoraccio, questo, visti gli “sfaldamenti” siciliani dei
democratici.
Lo stesso Genovese è stato “portabandiera” di sfaldamenti. Prima
veltroniano ( in quel periodo divenne segretario regionale del Pd, nel 2007), poi aderì all’area di Franceschini, per passare successivamente a quella di Bersani. Infine l’approdo a Renzi.
Passaggi che lo hanno comunque premiato, vista la messe di voti che
ottenne alle primarie 2012, nell’era Bersani.
Un “grazie”, l’ultimo in ordine di tempo, da Renzi, Genovese lo ebbe
in occasione del ballottaggio Calabrò- Accorinti per la carica di sindaco di Messina.
Era giugno 2013 quando, a poche ore dalla scelta del popolo,il non
ancora premier era arrivato in città per sostenere il candidato del Pd, Felice Calabrò, noto come espressione di Genovese. Quella presenza d’eccezione nulla valse contro il malessere di una città che voleva rivoluzionare volti e sistemi e scelse l’altra faccia della medaglia: Renato Accorinti.
Soltanto un mese dopo, luglio 2013, con l’operazione “Corsi d’oro”
si abbatte un macigno sul pianeta Genovese. Renzi scompare. E non riappare neanche dopo, quando lo scorso 19 marzo, con un colpo di coda, il gip di Messina firma la misura cautelare in carcere per il parlamentare Pd, per la cui esecuzione, però, è necessaria l’autorizzazione della Camera.
E nella bagarre politica del caso Genovese, arriva l’altro segnale dell’abbandono del Pd. Nonostante l’autosospensione dal partito, per il figliol prodigo del centrosinistra, ad aprile, a pochi giorni dalla decisione sulla richiesta di arresto inoltrata dalla procura di Messina, il partito democratico cancella Genovese dalle sue liste. Lo ha deciso la commissione nazionale di Garanzia del Pd, dopo aver esaminato gli atti dell’indagine a carico del parlamentare messinese.
Una cancellazione temporanea che diventerà permanente se
l’inchiesta giudiziaria sarà favorevole alla procura di Messina e
non alla difesa.
Ieri la Giunta per le autorizzazioni della Camera ha prima bocciato
la relazione di Antonio Leone (Ncd), contraria all’arresto in base
alla sussistenza di un fumus persecutionis da parte della Procura. Poi s’è dichiarata favorevole.
Adesso la parola passa alla Camera, per il voto definitivo sul primo
parlamentare della XVII legislatura per il quale è stato chiesto il carcere.

Patrizia Vita

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Editoriale

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