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Il 118 non rispose alla chiamata ed il paziente morì. Condannata operatrice. Responsabili anche Assessorato e Seus

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ambulanza3Sette anni dopo un mancato intervento di personale del 118, arriva la condanna per l’operatrice che rispose alla chiamata di soccorso ma non inviò l’ambulanza sul posto.

I giudici della seconda sezione penale hanno condannato ad 8 mesi di reclusione (pena sospesa), più il pagamento delle spese processuali, un’operatrice del 118 di Messina. L’imputata, inoltre, in solido con l’assessorato della Salute della Regione Siciliana e la Seus, l’azienda siciliana che gestisce il 118, dovrà risarcire i danni alle parti civili costituite.

Una sentenza che riporta alla ribalta il servizio di pronto soccorso siciliano, che solo qualche giorno fa ha avuto risonanza mediatica per il caso del direttore del 118 di Palermo, che accusato un malore mentre si trovava in Sardegna, ha chiesto, ed ottenuto, l’intervento di un elisoccorso che lo trasportasse a Villa Sofia, nel capoluogo siciliano. Da qui, indice puntato sulla sanità siciliana che già qualche giorno prima era stata scossa dalla vicenda di Nicole, la piccola nata a Catania con gravi crisi respiratorie e morta in ambulanza nel viaggio verso Ragusa, per mancanza di posti negli ospedali catanesi. Oppure dal caso del bimbo morto a Trapani, curato per influenza quando invece – fu detto – era affetto da meningite.

A Messina, invece, sarebbe stato un mancato soccorso a provocare il decesso di un uomo di 70 anni, Antonino Savasta, paraplegico. Era la notte del 9 aprile 2008 quando, secondo quanto esposto in denuncia dai familiari di Savasta, la sorella dell’uomo telefonò al 118 per segnalare il malore accusato dal congiunto. L’operatrice del 118 che rispose – si legge sul decreto che dispose il rinvio a giudizio della stessa – “ometteva di acquisire i dati necessari per comprendere la gravità del quadro clinico del paziente e di richiedere dati precisi circa l’entità della patologia dichiarata, limitandosi ad indicare all’interlocutrice la necessità di chiamare la guardia medica, omettendo, peraltro, di provvedere ella stessa a tale incombente e altresì di redigere la scheda per l’intervento richiesto ed infine interrompendo bruscamente la telefonata, così indebitamente rifiutando di prestare soccorso al Savasta recandosi presso il suo domicilio o comunque inviando un’ambulanza al suo capezzale, atto che per ragione di sanità doveva essere compiuto senza ritardo”.

Secondo i denuncianti, furono invitati dall’operatrice del 118 a rivolgersi alla guardia medica. Si legge sull’esposto: “Una voce mi invitava a rivolgermi alla guardia medica aggiungendo freddamente che l’intervento non fosse di loro competenza e che in tale circostanza gli unici abilitati all’intervento fossero gli addetti della guardia medica”.

Poi, sull’articolata denuncia, è un susseguirsi di telefonate concitate: al 113, laddove il poliziotto di servizio prese nota del mancato intervento del 118 e alla stessa guardia medica.

Antonino Savasta morì circa tre quarti d’ora dopo quella prima richiesta di soccorso. Ad accertarne il decesso una giovane dottoressa della guardia medica, la stessa – scrivevano in denuncia i familiari – stigmatizzando il mancato intervento del 118 “effettuava col proprio telefonino una chiamata al servizio di pronto soccorso ed in maniera molto agitata rimproverava al personale addetto, di avere omesso di attivarsi, vista l’emergenza, che purtroppo si è rivelata fatale per Antonino Savasta, concludendo che, probabilmente, un intervento avrebbe salvato la vita a quest’ultimo”.

Sette anni dopo, dunque, arriva la sentenza che attribuisce responsabilità specifiche all’operatrice, Rita Borgia, condannata a 8 mesi con la sospensione della pena, e responsabilità civili all’assessorato regionale della Salute e alla Seus.

La famiglia Savasta è stata rappresentata dall’avvocato Antonino Lo Presti.

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