L’indifferenza al dolore degli altri fa bene alla mafia

cinziaMi chiedo se iniziative come la fiaccolata in ricordo della strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta, non debbano essere promosse per sensibilizzare l’opinione pubblica anche su altri gravi problemi che affliggono la nostra società. Penso alle vittime della strada e all’inconsolabile dolore dei familiari, alla violenza sulle donne e alle varie forme di violenza che quotidianamente si consumano, all’omofobia, ma anche al disagio sociale che si va sempre più allargando e aggravando. E mi chiedo anche se queste manifestazioni non debbano superare il livello della testimonianza e della solidarietà per ricercare invece anche il dialogo, la riflessione comune su come affrontare i problemi e cercare di risolverli. Io penso che se Paolo Borsellino, ma aggiungerei anche Giovanni Falcone e tante altre vittime della mafia, potessero parlarci da quel mondo degli uomini giusti in cui certamente hanno trovato posto, ci direbbero forse che la mafia prolifera dove più forti sono le ingiustizie e le discriminazioni sociali, la violenza fisica e verbale, la bassa considerazione per la vita umana, in tutte le sue manifestazioni, dove regna in altre parole quella che Papa Bergoglio ha definito magistralmente la “globalizzazione dell’indifferenza” al dolore degli altri. Bisogna forse anche superare posizioni dettate da appartenenze politiche, per le quali accade talvolta che ognuno ricorda e celebra solo gli “eroi” che ritiene siano patrimonio della sua parte politica, per allungare lo sguardo attento e solidale alle varie emergenze morali, sociali, economiche che, nonostante l’enorme progresso scientifico e tecnologico degli ultimi due secoli, continuano incredibilmente a gravare sulla società umana del terzo millennio. Quando Paolo VI, un grande papa molto incompreso e troppo presto dimenticato, scriveva nel 1967 l’enciclica “Populorum progressio” aveva il pensiero rivolto soprattutto ai popoli del cosiddetto terzo mondo, a quei “popoli della fame” che “interpellano in maniera drammatica i popoli dell’opulenza”; ma molte considerazioni contenute e problemi esaminati in quello storico documento non soltanto sono ancora oggi attuali ma stanno divenendo problemi gravi della nostra stessa società dell’”opulenza”, dominata dalla logica del mero profitto che ha finito per generare una crescente diseguaglianza sociale in grado di mettere in crisi l’intero sistema. Se c’è un rimedio a questo declino che sembrerebbe inarrestabile della nostra società, esso consiste soltanto nel recupero della centralità del valore della persona, di ogni singola persona, che deve venir prima di ogni considerazione di natura economica: come scrive L.J. LEBRET , citato dallo stesso Paolo VI, «Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera».

Cinzia Coscia

 

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