Con quest’acqua e questo vento…figli a scuola sono un tormento

fondamentalmente messinaLa meteoropatia di noi messinesi è un fatto indiscusso. Ci piacciono le belle giornate, andare in giro col vespone, le maniche corte fuori stagione, le passeggiate sulla spiaggia tutto l’anno e la brioche inzuppata di granita. Per questo, quando piove o minaccia pioggia, la nostra proverbiale valìa, cala in maniera preoccupante. Se poi facciamo parte di quella sparuta schiera di cittadini che, nelle giornate uggiose, non può permettersi di restare a casa con le ciabatte di pelo a commentare Forum, ma che, dolente o nolente, deve uscire di casa ad affrontare le intemperie, ebbene, daremo il peggio di noi.

La pioggia ci condiziona l’intera giornata, ci priva di una fettona di libertà personale. Innanzitutto i centauri dovranno lasciare il mezzo a due ruote in garage o bardarsi come fossero i nuovi inviati all’Isola dei famosi. Le signore dovranno abbandonare le decolletè per ripiegare su galosce o stivaloni da escursione alle gole dell’Alcantara e dire addio al certosino lavoro del proprio coiffeur. Chiunque si riverserà sulle strade poi, sarà preparato allo scenario apocalittico in cui manca solo Godzilla sullo sfondo che fa saltare i pochi mezzi dell’Atm o palleggia con i vagoni del tram. Ma fin qui, tutto normale, siamo gente dalla pelle dura noi.

Il vero e proprio girone dell’inferno si apre per chi ha i figli parcheggiati in una delle scuole cittadine. Se il destino vuole che piova all’ora di uscita, sarebbe più saggio per i genitori abbandonare la prole presso l’istituto per poi eventualmente fingere un po’ di sbadataggine alla telefonata dei bidelli, piuttosto che avventurarsi in un simile dedalo. Per noi temerari, pronti ad affrontare il maltempo, pur di riavere con noi le gioie della casa, le difficoltà sono innumerevoli. Le automobili parcheggiate (si fa per dire) fuori dalla scuola non si moltiplicano, si centuplicano. Anche chi vive a pochi isolati dal plesso, prende l’auto, non sia mai che le strade diventino impraticabili ai pedoni. Chi non ha l’auto se la fa prestare, altrimenti chiede l’aiuto a un parente o un vicino.

I parcheggi degni di questo nome sono esauriti già due ore prima l’uscita, grazie ai previdenti, coloro i quali si portano avanti e iniziano ad occupare l’area, passando il tempo mangiucchiando pezzi di ciabattine col sesamo dal sedile accanto. Il restante novanta per cento è selvaggio. Ho visto genitori tentare di salire i gradini della scuola con i suv, altri lasciare la macchina in mezzo alla strada, sperando di riuscire ad acchiappare il figlio prima che scattasse il verde al semaforo, altri ancora convinti che le quattro frecce possano giustificare la sosta in terza fila. Ma non è finita.

Spesso ho avuto il dubbio che non piovesse acqua ma uranio impoverito, e che io fossi l’unica a non essere stata informata della fine del mondo. Già perché l’atteggiamento di alcuni genitori, e dei nonni in particolare, è di chi deve proteggere i bambini da qualcosa di molto pericoloso. Per questo sono pronti a lottare e a farsi largo tra la folla a colpi di ombrelli, con la crudeltà di un esecutore dell’Isis. Parliamo di ombrelli di ultima generazione, in grado di accogliere figli, nipoti e le loro rispettive classi di appartenenza. Queste armi di distruzione di massa, servono alla gente per colpirsi fingendo di non farlo di proposito. Senza farsi abbindolare dagli “Ops”, “Prego”, Mi scusi”, “Prima lei”, i genitori sanno che se vogliono guadagnarsi un posto in prima fila all’uscita dei pargoli dovranno lottare. Ecco perché i più cattivi, i più smaliziati, meritevoli di biasimo, forniscono direttamente i loro principi e pricipessine di ombrellini di Peppa Pig o di Spider Man che, correndo fuori da scuola già armati, sanno far molto male. Soprattutto alle diversamente alte come me, che vengono puntualmente colpite alla giugulare o al setto nasale dai corpi contundenti.

Raggiunta la meta, accalcati gli uni sugli altri, come fossimo adolescenti urlanti, in attesa che gli One Direction si manifestino a noi, stiamo lì cercando di intercettare lo sguardo dell’insegnante che, nei nostri sogni di genitore, abbandona gli altri bambini a morte certa, per mettere in salvo il nostro, leggermente raffreddato e più prezioso degli altri. Naturalmente la follia pluviale colpisce tutti e succede che sia proprio un’insegnante a prendere in ostaggio uno dei bambini trasformandolo in scudo umano che non metta in pericolo la tinta appena fatta.

Giusy Pitrone

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