Processo Veterinaria. Sì alle eccezioni: nulle le trascrizioni che incastrarono Tomasello e vertici facoltà

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Il processo scaturito dall’inchiesta che nel 2007 sconvolse la facoltà di Veterinaria, relativo a concorsi truccati e la gestione dei fondi regionali stanziati per il progetto Lipin, nel febbraio 2013 si era concluso in primo grado con 12 condanne e 13 assoluzioni. Tra i 12 imputati condannati anche l’ex rettore dell’Ateneo di Messina, Francesco Tomasello, cui furono inflitti 3 anni e sei mesi di reclusione, ( due anni e sei mesi gli furono condonati) più l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni.

Alla base di quelle condanne- sostenne il nutrito gruppo di difesa – le trascrizioni di intercettazioni che il gip aveva disposto dopo il rinvio a giudizio dei 12 imputati. Oltretempo – secondo un certo ordinamento giurisdizionale – da qui le eccezioni sollevate dagli avvocati Tommaso Autru Ryolo, Bonni Candido, Alberto Gullino, Nino Favazzo e Carmelo Scillìa per annullare quelle trascrizioni. Oggi, in Corte d’appello, i giudici hanno accolto le eccezioni di nullità e disposto nuove perizie. Il 16 luglio avverrà il conferimento incarico ai nuovi consulenti.

I giudici del secondo grado di giudizio dovranno decidere sui ricorsi presentati da tutti i 12 imputati condannati nell’ambito del processo ai vertici della facoltà di Veterinaria di Messina. Con Tomasello, saranno giudicati: Battesimo Macrì, ex preside della facoltà di Veterinaria; i docenti Giuseppe Piedimonte, Antonino Pugliese, Stefano Augliera, Salvatore Giannetto, Pietro Paolo Niutta e Giovanni Germanà; Santo Cristarella, Antonina Zanghì.

Nell’ambito del filone di inchiesta che riguardava la gestione dei finanziamenti regionali erogati per il progetto Lipin, per cui, nel 2007, furono indagati Eugenio Capodicasa, a capo del rettorato, e la moglie, Ivana Saccà, i giudici avevano deciso per loro la condanna a due anni, pena sospesa. Anche la coppia ha fatto ricorso in Appello.

L’inchiesta, che vide indagate parecchi , tra docenti e funzionari dell’Università di Messina, era scaturita dalle dichiarazioni di un docente, Giovanni Cucinotta, che sostenne di essere stato costretto, nella qualità di componente della commissione di un concorso a cattedra, a pilotarne l’esito per aggiudicare un posto di professore associato al figlio del professore Macrì. Cucinotta sostenne di non essersi piegato.
L’altro filone dell’inchiesta puntò sulla gestione che gli inquirenti ritennero “allegra” delle risorse destinate al progetto scientifico Lipin: 3 milioni di euro stanziati dalla Regione.

Oggi, in Appello, la difesa ha segnato un punto a favore.

Patrizia Vita

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