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Messina. Rubavano e rivendevano auto di lusso: 9 misure cautelari

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Rubavano auto di lusso all’estero per poi immatricolarle alla Motorizzazione di Messina con documenti falsi e rivenderle. Di questo sono accusate le nove persone raggiunte da misure cautelari personali e patrimoniali a seguito dell’Operazione di Polizia “RAV 4”. Sequestrate 5 vetture.

Questa mattina la Polizia Stradale di Messina, coadiuvata dal personale delle Sezioni di Catania, Siracusa, Ragusa ed Enna, ha dato esecuzione ad una ordinanza cautelare emessa dal Gip di Patti, dott. Ugo MOLINA, che ha applicato nei confronti di quattro persone la misura della custodia cautelare in carcere e nei confronti di altre cinque la misura degli arresti domiciliari.

I soggetti di cui sopra, alcuni dei quali di origine straniera (rumena, bielorussa e russa) ma da tempo residenti in Italia, in particolare nei comuni di Gioiosa Marea e Patti, sono stati ritenuti dal Gip gravemente indiziati dei reati ex artt. 416 c.p. (associazione a delinquere), 477, 482 c.p. (falsità in documenti) e 648 bis c.p. (riciclaggio, in particolare di autovetture).

Nel corso dell’indagine – denominata “Rav 4” – condotta dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Patti Giorgia ORLANDO e coordinata dal Procuratore Angelo Vittorio CAVALLO, la Polizia Stradale di Messina ha accertato l’esistenza di un articolato sodalizio criminale operante fino a maggio 2020, dedito al riciclaggio di autovetture di lusso marca TOYOTA (in specie modelli RAV 4 e LEXUS), provento di furto in quanto rubate all’estero (o comunque di altra provenienza illecita).

Tale sodalizio, in particolare, provvedeva al reperimento materiale dei mezzi, alla contraffazione dei numeri identificativi del telaio/motore, alla loro introduzione nel territorio nazionale ed alla successiva immatricolazione presso la Motorizzazione Civile di Messina mediante falsificazione della relativa documentazione di accompagnamento (libretto di circolazione, schede tecniche, titoli di acquisto). In tal modo i veicoli venivano nazionalizzati e “legalizzati”, per essere poi immessi nel mercato parallelo dell’usato, con la realizzazione di ingenti guadagni.

Il Gip ha evidenziato l’esistenza di “… un sofisticatissimo meccanismo delinquenziale che si estrinsecava in diverse fasi, ideate ed eseguite con precisione chirurgica e con elevatissima professionalità …”. Nel dettaglio, il programma criminoso ed il modus operandi si estrinsecava nelle seguenti fasi operative.

Venivano dapprima formati e utilizzati documenti falsi (falsa carta di circolazione, falsi contratti di acquisto, false schede tecniche dei veicoli) per potere immatricolare in Italia un’autovettura estera, apparentemente di provenienza lecita.

La nazionalizzazione, mediante falsa documentazione, poteva avvenire anche prima della commissione del furto stesso. In questo caso l’immatricolazione aveva ad oggetto una autovettura di fatto non ancora esistente (ciò è reso possibile anche per la mancanza della c.d. “visita e prova” del veicolo da parte della Motorizzazione). La nazionalizzazione, in questi casi, diveniva prodromica al successivo furto e serviva a “preparare” la nuova identità da assegnarsi alla autovettura, una volta materialmente rubata.

L’immatricolazione veniva effettuata in Italia utilizzando un codice V.I.N. (Vehicle Idetification Number) di altra autovettura possibilmente ancora circolante in territorio estero, della stessa marca e dello stesso modello di quella che era stata rubata o che sarebbe stata rubata in futuro.

Nel caso in cui gli indagati non avessero avuto ancora la disponibilità materiale dell’auto, veniva, quindi, creata ad hoc l’identità documentale di una autovettura Toyota “fantasma” (materialmente inesistente al momento della immatricolazione), con l’acquisizione di targa e libretto di circolazione italiani.

Prima o dopo la illegale immatricolazione, veniva eseguito, di solito in uno stato estero e con precisione chirurgica, il furto di altra autovettura Toyota della stessa marca e modello di quella immatricolata attraverso la falsa documentazione (modelli Rav 4 o Lexus).

Una volta acquisita la materiale disponibilità del veicolo, iniziava la fase della vera e propria “clonazione” dell’autovettura rubata, tramite la punzonatura, con tecniche sofisticate, del numero di telaio, in modo da farlo coincidere con quello del veicolo immatricolato in Italia attraverso la falsa documentazione.

Conclusa l’operazione di “maquillage”, il veicolo rubato, con la sua nuova identità, veniva immesso sul mercato parallelo dell’usato, così ottenendo ingenti guadagni illeciti provenienti dalla vendita.

Nel corso delle indagini sono state sequestrate cinque autovetture (n. 2 Toyota Rav 4 e n. 3 Toyota Lexus).

Gli accertamenti bancari e le indagini finanziarie avviate nei confronti degli indagati, per verificare l’eventuale sproporzione tra il reddito dichiarato e i rapporti attivi in essere con gli istituti di credito e simili, hanno dimostrato l’esistenza di una movimentazione bancaria assolutamente incompatibile con le condizioni reddituali dichiarate. Ciò ha evidenziato, ancora una volta, la provenienza delittuosa dei proventi con i quali gli indagati mostravano di vivere.

La Polizia Stradale di Messina, inoltre, così come disposto dal Gip, ha proceduto al sequestro preventivo ex art. 321 II comma cpp e 12 sexies Legge 356/1992 di nove autovetture Rav 4 e Lexus intestate agli indagati, sul presupposto che alcuni di essi avevano dichiarato redditi bassissimi, pur risultando intestatari di autovetture Toyota di alta gamma, il cui costo di acquisto e, soprattutto, di gestione, appariva all’evidenza sproporzionato rispetto al reddito dichiarato e alle attività svolte.

FONTE: Questura di Messina

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