La Vittoria di ogni giorno (le ferie)

la_vittoria_di_ogni_giornoC’è un periodo dell’anno che tutti amiamo svisceratamente, è l’estate.

Durante l’infanzia, diciamo tra 0 e 12 anni, questo periodo ha una durata lunghissima.

L’estate comincia a fine maggio e prosegue fino ad una parte di settembre. Il termine utilizzato per definire questo periodo è VACANZA e consiste nella realizzazione di tutti i sogni di svago e libertà che durante l’inverno si devono necessariamente mettere da parte.

Ci si sveglia tardi, si trascorre la giornata al mare, con tanti amici, nessun orario, nessun vincolo, si pranza senza orari e si assaporano manicaretti eccezionali con prodotti stagionali.

Il pomeriggio trascorre tra mare e piscina, poi doccia e pizzeria, ci si corica a mezzanotte e si è tutti felici e contenti.

Durante l’adolescenza, diciamo tra i 13 ed i 18 anni lo stesso periodo dell’anno si chiama ancora vacanza.

Stesso copione, cambia solo l’evoluzione della serata, al posto di andare in pizzeria si va in discoteca.

Già dai 18 ai 24 ci si rende conto che il periodo di libertà si riduce drasticamente.

Si deve studiare e “vacanza” diventa la seconda metà luglio e tutto il mese di agosto, perché poi si deve riprendere con gli esami all’università.

Ma ancora nessun problema! Ci si gode quel mese con la spensieratezza della gioventù, con la brama di vita di chi vive sino a restare senza fiato, ogni giorno vissuto vale da solo una vita intera.

Non si mangia, non si dorme, sportflirtballifalòbirrebagniamezzanottesenzapauradeireumatismi il tutto in attesa di morire sui libri a settembre.

Dalla fine dell’università fino al matrimonio, le vacanze si chiamano “ferie” e sono di nuovo una pacchia, perché, è vero, si ha a disposizione solo il mese di agosto, ma lavorare è molto meglio che studiare e magari ancora non si tratta di un lavoro vero e proprio ed il pensiero che a settembre non si debbano sostenere esami, ma semplicemente tornare a sedersi di fronte ad un computer come perfetti automi, consente di fare un salto indietro nel tempo e di rivivere l’adolescenza, pensando solo a divertirsi ed a godersi il meritato riposo.

Poi, ad un certo punto della vita, accade qualcosa che da sempre si desidera, il lavoro si instrada per come dovrebbe, ci si sposa e si crea una famiglia, nascono i figli.

Arrivati a quel punto della vita, il periodo dell’anno di cui si parla coincide sempre con il mese di agosto ed, alcuni di noi, continuano a identificarlo con il termine vacanza o ferie, ma questo sostantivo non ha nulla a che vedere con il significato che solitamente gli si attribuisce.

La prima grande sciagura di quando si trascorrono le ferie con i figli è che loro non capiscono che si è in vacanza ed impediscono categoricamente di dormire e/o in ogni caso di riposare.

La sveglia di urla a sirena suona alle sette con pianto a dirotto per la fame e, da quel momento, si hanno a disposizione esattamente sessanta secondi per fare questo: schizzare via dal letto, chiudere la porta della camera per non svegliare il marito che ancora dorme, soccorrere l’affamato con un litro di latte, mettere su il caffè, accendere la tv sui cartoni, infilare il biberon in bocca all’altra affamata che si è svegliata con identiche modalità, prendere il vasino a forma di elefante e convincere una bambina pestifera che se non evacua a casa ti costringerà a fare “sali e scendi” dalla tua postazione al lido a un ritmo frenetico rappresentandoti falsamente ogni 5 minuti che “devefarelacacca”, bere un caffè tassativamente amaro come la vita sa essere quando si hanno 8 chili di sovrappeso da smaltire e, finalmente, dopo averlo bevuto riconoscere se stessi allo specchio.

I sessanta secondi sono finiti, adesso si ha esattamente mezz’ora per svuotare il vasino e fare i complimenti per la meravigliosa creazione intestinale che ti è stata donata, infilare il costume alle creature, lavare tutti i componenti della famiglia, spazzare a terra, lavare i piatti sporchi della cena e della colazione, uscire a comprare la granita al marito che si sveglierà tra qualche ora e scendere a mare.

Lì il destino trasforma la giornata in un vero e proprio corso di sopravvivenza, un tour de force di circa 8 ore in cui verrà messa a repentaglio la propria vita e quella dei propri figli oltre a vari aspetti caratteriali che solitamente contraddistinguono gli esseri umani differenziandoli dagli animali, quali la pazienza, la serenità, l’ordine mentale e la capacità di interagire con altri esseri umani.

Non appena si scorge il lido all’orizzonte ci si segna la faccia di nero per intimorire gli avversari e, dopo una danza maori, propiziatoria alla vittoria, ci si avvia come il caposquadra degli all blacks verso la propria postazione.

La prima prova di abilità consiste nel tentativo di spalmare la crema protettiva i bambini mentre corrono in direzioni opposte. Il risultato è un decoro di stucco che a fine giornata farà somigliare la loro pelle ad una metopa dorica.

La seconda prova è di pazienza, dopo circa un’ora sotto l’ombrellone un a ventina di bambini di età compresa tra i tre ed i dieci anni litigano ed urlano come pazzi stringendo in mano cinquanta euro tra secchiellipalettepallepallinemollepistoleadacquamacchinineretinimascherepinnematerassiniegiochivari.

Dopo aver proposto svariati sistemi di distribuzione, politically correct, che rendano i cittadini in qualche modo soddisfatti, si giunge alla consapevolezza di come sia impossibile accontentare tutti, di quanto sia del tutto inutile proporre tregue o depistare il popolo con attività alternative.

L’unica possibilità è lasciare che si scannino.

Del resto cos’è la singola esperienza ? Altro non è che la metafora della ancestrale lotta per la sopravvivenza.

La terza prova, pertanto è di forza e la vince Memè , un piccolo vichingo dagli occhi di ghiaccio che stringe trionfante quattro palette, sette macchinine ed un canotto. Per conquistarli, ha ucciso due bambini e ne ha feriti altri due, ride felice cercando i soldi per un gelato.

È ora di pranzo e, dopo gitarelle sugli scogli con annesse disgustose raccolte di poveri granchi, pesci morti e lumache di mare, si torna sotto l’ombrellone e ci si dedica al pasto ed al riposo.

Eccoci alla quarta prova, quella di resistenza.

Del tutto inaspettatamente il gruppo di ragazzi di sei anni decide di armarsi di materassino e raggiungere le boe senza che alcun adulto li accompagni.

Sono in quattro a circa duecento metri dalla riva. Ci tuffiamo, tra madri e padri e tra immersioni e poderose bracciate, li riconduciamo sulla battigia dove sostiamo, spiaggiati come balene arenate, per dieci minuti, totalmente senza fiato, mentre loro allegri vanno a giocare a biliardino.

A questo punto, la prova più difficile, quella dell’autocontrollo.

Lucia, una bella bambina di circa dieci anni, invita mio figlio a fare il bagno.

Ho sempre contestato le menate sul non bagnarsi durante la digestione ma, quasi quasi per gelosia, le tiro fuori. Ok, domino l’istinto di madre sicula e consento a Frankie di fare il bagno con questa sconosciuta che lo guarda, lo prende per mano e se lo porta in riva al mare sotto lo sguardo disgustato di Betty e mio.

Faccio training autogeno e mi convinco che ha 5 anni e che sono ancora io la donna più importante della sua vita, considerato che non ha ancora imparato a cucinare, quando Betty mi guarda con i suoi occhi enormi e mi dice: “Mamma quella bammmina si è tolta il pezzo di sopla dè ccostume”.

Con un balzo sono in acqua e avverto sta Lucia e Francesco, mio figlio, che l’acqua si sta sporcando e devono uscire subito.

Urlo senza volerlo, giuro, esce fuori una specie di gemito straziante emesso con voce rauca e sbrafata.

Tuttavia, quella piccola pettegola che vuole irretire mio figlio mi dice : “E’ sporca qui, ma se andiamo a destra è pulita”. “Eh nooo, carina ,perché la corrente è dal lato opposto quindi a destra l’acqua è sporca” .

Ma la lattante impertinente continua: “Ti sbagli. La corrente va verso destra. Me l’ha spiegato la mia nonna che è zoologa”. Tralascio la pertinenza di ciò che dice, guardo Francesco che nel frattempo avvertendo la tensione è in attesa di capire come debba comportarsi e gli dico: “Amore, lo capisci che questa bambina dice di conoscere le maree grazie a sua nonna?! E’ una rompiballe!!!”.

Lui mi guarda, i suoi occhi sono due laghi neri, ormai ha deciso, e dice sottovoce: “Mamma, credo che sua nonna sia morta stai tranquilla”. Torno all’ombrellone, distrutta, sconfitta, annientata ma sempre pronta ad affrontare le prove del pomeriggio.

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