La nuova rubrica di Normanno: “La Vittoria di ogni giorno” (figli)

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Vittoria è una donna “frammentata”. E’ professionista, è moglie, è madre, è figlia, è sorella, è amica. Troppo, vero? Eppure, ogni frammento di lei è “perfezione”…ma quanta fatica per essere perfetti. Ecco, “La Vittoria di ogni giorno” ci racconta fatiche, ambasce, panico, ma anche gioia, allegria, di chi è riuscita a coniugare tutto. Uscendone VITTORIOSA”.

 

Sto per aprire la porta di casa. Rientro, è ora di pranzo. Mio figlio piange perché ha fame e mia figlia non è riuscita a trattenersi e, guardandomi con due occhi grandi come due copertoni, mi sussurra “mamma cccusa io ho faccccio pippììì atttttosso”. Vedo la pozza in cui affonda i piedi e penso che dovrò lavare a terra anche il pianerottolo. Trattengo le lacrime, stasera alle 20 avrò il tempo di piangere, adesso no.

Sento il telefono che squilla impietosamente. Infilo una mano nella sacca informe che mi porto dietro, cerco il cellulare. I polpastrelli scorrono su oggetti impensabili e tentano di mandare segnali al cervello per consentirgli di riconoscerli. Probabilmente hanno memoria storica di sinapsi, in realtà, trapassate da quando non dormo più. Macchinine, vestiti di Barbie, un uomo ragno, oh una caramella sbavata attaccata all’agenda legale. Sto perdendo le speranze ma: Ecco! sento qualcosa che mi ricorda un femore. Cerco di ricordare se per caso ho ucciso qualcuno ed ho nascosto il cadavere in borsa, non mi sembra…ah! non è un osso, è il telefono. Osservo sconvolta il display pregando Santa Rita, in quanto protettrice dei disperati, che non si tratti di clienti, datori di lavoro e parenti.

Ok! Grazie comunque, la prossima volta sono sicura che verrò esaudita.

“Pronto? certamente Avvocato, sicuramente Avvocato, guardi stavo per farlo. Sì sì sono proprio davanti al computer. In studio certo! sto mandando la mail. La richiamo IMMMMMMEDIATAMENTEEEE!”.

Eccomi, 39 anni tra un mese, di cui 19, trascorsi sui libri, 2 ad osservare tecnicamente e moooolto approfonditamente, il funzionamento della fotocopiatrice, 12 trascorsi davanti ad un computer che, con il tempo, ho imparato ad amare come unica presenza nella mia vita che fa ciò che gli ordino di fare, non parla, e spesso mi corregge senza farmelo pesare, 13 a litigare con il mio bellissimo marito, e 5 alle prese con i miei meravigliosi figli. Lo so, non tornano i conti ma è sempre stato così nella mia vita, i conti non sono mai tornati, forse perché avevo 4 in matematica.

Adesso mi trovo davanti alla porta di casa e, mentre la chiave gira nella toppa, ripeto, cantando, il contenuto giuridico di una mail che forse troverò il tempo di inviare intorno alle 17, fingendo problemi di connessione inesistenti per le prossime ore.

Mi sento travolta dagli eventi.

La mia giornata è stata un susseguirsi incalzante di ritardi, discussioni, sorrisi falsi, sorrisi veri, corse, cadute e corse.

Trascorro la notte a cullare mia figlia che ama dormire in braccio, tra il salone e il bagno di rappresentanza. Appena si addormenta lei, si sveglia l’altro, che sente oscure presenze sotto il letto. Alle 4:40 decido di preparami il caffè. Dalle 5:00 alle 7:00 vengo risucchiata in un buco nero e non ricordo cosa accade intorno a me, ma ho coscienza di esistere. Alle 7:30, finalmente, dopo aver svegliato le mie pesti ed essermi occupata di loro, riesco a lavarmi e ad indossare a compressione un jeans taglia 50, del periodo in cui ero magra.

Lancio letteralmente i bambini all’asilo e, dalle 7:35 alle 8:00, cerco disperatamente di infilarmi nella mia auto, inserendo lembi di carne (e quanta carne) tra le vetture parcheggiate in doppia fila.

Suono il clacson per un quarto d’ora, dopo essere riuscita ad incastrare un braccio nella mia utilitaria in attesa che mi liberino il passaggio. negativo capo.

Decido di andare al lavoro in tram, attendendo per mezz’ora che passi: senza successo. Mi rivolgo ad una vecchina: “Scusi signora, sa tra quanto passa il tram più o meno?” risponde: “Bedda quannu mi sittai cccà a spittari u tram avia vent’anni…fatti u cuntu!” . Decido di andare allo studio a piedi ma, mentre corro preoccupandomi di non assumere atteggiamenti esageratamente scomposti e sconvenienti per una ragazza, pesto inavvertitamente con le mie nuove liu-jo tacco 12 (acquistate in attesa di potermi permettere un giorno le mie adorate jimmy choo) una trentina di escrementi di cane disseminati sul marciapiede. Sono troppo in ritardo. Continuo a correre, favorendo l’appoggio del piede su una di quelle mattonelle sfalsate piene di acqua putrida e stagnante da giorni che, nella mia città, costellano i marciapiedi come strass sul taffetà di un vestito da cerimonia. Problema scarpe risolto! niente più tracce di feci! Adesso sono tutta infangata.

Arrivo trafelata in studio alle 8:45 e lì, fino alle 12:00, vivo come dentro un film dell’orrore. Mi si indirizzano avvertimenti e richiami da parte di gente che odia la vita e che soprattutto crede che la ragione per cui odia la vita sia io! Affronto due clienti che non vogliono pagare, mento spudoratamente al boss dicendo di avere provveduto ad inviare pec ed atti telematici, mentre nella mia testa mi interrogo su come organizzarmi per la festa del compagno dei miei figli di oggi pomeriggio, che mi sembra un argomento certamente più interessante.

Alle 12:30 presenzio, ovviamente per delega, ad un’udienza ad horas con un giudice che odia la vita e che soprattutto crede che la ragione per cui odia la vita sia io. Si. anche lui! Discuto animatamente con una ventina di colleghi che fingono di non vedermi mentre giaccio in fila, con la faccia spalmata dentro l’ascella puzzolente di un CTU. Urlo ai presenti di rispettare la fila e di fronte alle loro facce stupite sento di dover puntualizzare che il motivo del mio isterismo non è il ciclo mestruale. Poi, sento di dover puntualizzare che comunque non trovo opportuno contraddirmi, in quanto, ho il succitato ciclo mestruale.

Alle 13:30 sono arrivata esattamente ad un terzo della mia drammatica giornata. Primo sorriso vero! Prendo i bambini all’asilo.

Dopo la conversazione con il boss, appena riportata, scappo in bagno e tento, per prima cosa, di lavarmi le mani dimenticando che abito in una città dove piove sempre ma l’acqua corrente non c’è mai dopo le 13:00.

Improvviso un piatto unico con gli avanzi che trovo nel frigo.

“Allora bambini venite a lavarvi! Ehm, cioè, venite a mangiare! Francesco com’è questa pappa, amore?”

Francesco, 5 anni, unfigodapanicoproprio, capello lungo e sguardo ammiccante: “BLEARK!!!” Perfetto.

Io: “Betty, a te piace?”

Elisabetta, 3 anni, gli occhi piùgrandidelmondo e un sorrisodainfarto: “ Mamma mi dammi i ggelato?”

Ok.  Fingo un tremore improvviso e lancio il piatto. Sì, lo lancio. Lo faccio esplodere contro il tappeto. È stato un incidente mi giustifico con la me stessa che mi guarda nello specchio con disgusto. La follia di questo gesto ha reso vano ogni sforzo di rendere il mio appartamento vagamente diverso dalla stalla di un lama.

Tra due ore arriverà mio marito. Pretenderà di mangiare. Che persecutore! Potrei spedirlo alla mensa di Sant’Antonio, dicono che di venerdì ci sia il ragù.

Respiro, penso che dovrei fare yoga anche se non sopporterei i ritmi lenti della meditazione. Uhmmmmm, forse potrei fare yoga mentre stiro, racconto una favola e parlo al telefono di lavoro, ad esempio.

O forse dovrei andare in palestra, forse dovrei dedicare un po’di tempo a me stessa. Forse, ma prima pulisco!

Vittoria Gangemi

(1020)

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