Se Pascoli e Nietzsche amarono Messina, Messina “non ama” Pascoli e Nietzsche

PASCOLI-CASAFACCIATApuparo casa

Che fine ha fatto la memoria storica? Qualcuno l’ha vista? Se ne sta lì, messa da parte come un baule polveroso, in attesa che qualcuno la noti. Così, può capitare di passeggiare per la città e venire sfiorati dalla sua fuligginosa presenza senza esserne del tutto informati.

Solo due anni fa, Messina ha ospitato un convegno internazionale di studi, tenutosi all’Università, per celebrare “Pascoli e le vie della tradizione”.  Proprio quel Giovanni Pascoli, grande poeta del Novecento, che visse nella città dello Stretto dal 1898 al 1903. Docente di Letteratura Latina all’Ateneo cittadino, durante il suo soggiorno abitò al 162 di via Risorgimento, a Palazzo Sturiale. Soddisfatto dell’alloggio scrisse: «È moderno, abbastanza vasto, e soprattutto sicuro contro il terremoto». Parole profetiche, le sue, quell’edificio, infatti, resistette al terribile sisma del 1908 che fagocitò Messina, ma sul degrado e sulla dimenticanza non riuscì ad avere la meglio. Campeggia lì, trascurato, sporco, arrugginito, anonimo, non fosse per la targa che ricorda che vi dimorò quel noto signore. Si confonde tra i tanti palazzi decadenti e abbandonati, spogliato di qualsiasi apparenza che lasci anche solo minimamente pensare si tratti di un sito di interesse storico. E insieme alle sue pareti si sgretola un pezzetto di memoria collettiva.

E quanti tra quelli che frequentano in via Cesare Battisti una nota rosticceria cittadina, invece, sono a conoscenza che in quello stabile vi soggiornò il filosofo tedesco Friedrich Wilhelm Nietzsche? Tra un Nibali e un Accorinti, se si dedicasse un arancino anche al grande pensatore nichilista, avremmo almeno la possibilità di sentirla nello stomaco questa benedetta memoria storica. Nel 1882, Nietzsche compose proprio in riva allo Stretto i famosi “Idilli di Messina” e rimase affascinato da una città che sembrava fatta per lui – come scrisse in una lettera a un amico – ma che oggi non ha quasi più memoria del suo passaggio.

E se Messina non ha riconosciuto l’eccezionale opera del “Puparo”, artista nostrano, ci hanno pensato all’estero. Della sua arte, infatti, si sono occupate divere pubblicazioni internazionali di settore: la sua casa è uno dei pochi siti italiani compresi nella famosa guida fotografica Schaewen 1999. Oggi, di quella che molti conoscono come la “Casa del Puparo” – ormai rasa al suolo – rimane solo la facciata intarsiata. Una baracca a Maregrosso che l’eccentrico Cavaliere Giovanni Cammarata aveva trasformato in area di grande interesse artistico, impreziosendola con mosaici, sculture, murales da lui creati con materiale riciclato. Tra sacro e profano, la sacralità dell’arte si è dovuta piegare di fronte a quella pratica del “progresso”: laddove Messina avrebbe potuto avere un piccolo museo, unico nel suo genere, sorge ora l’ordinario parcheggio di un supermercato.

Che fine ha fatto la memoria storica? Dove si è nascosta? Motivi di orgoglio concreto, prede di ratti, cani randagi, rifiuti. Tante le idee, le proposte per trasformare questi siti in straordinari luoghi culturali, per intrattenere, per interessare, per far toccare con mano realtà che sembrano frutto di fervida fantasia, così come sono: relegate alle sole parole.

Dalla potenza all’atto, il passo non è breve. Il carburante è quella volontà che sembra sonnecchiare. In qualche occasione scoppia la scintilla del “fare” che si riduce spesso a un semplice fuoco di paglia. E continuiamo a crogiolarci, facendone un vanto, nel pensiero che Messina, un tempo, fu la culla della cultura. La porta della Sicilia non è sempre stata soltanto un luogo di passaggio, mordi e fuggi, per raggiungere altre destinazioni. Potrebbe ancora essere bella – qualcuno continua a ripetere –, in potenza. È quel condizionale che non le dà mai il giusto lustro, che la frega. E tra tempi della probabilità ed eventuali possibilità, va avanti nascondendo pigra o forse pazza le sue preziose qualità.

Eppure, dovrebbe trovare la forza per essere nuovamente d’ispirazione e non semplicemente una pagina di cronaca.

 

Giusy Gerace

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