Ci vuole un ponte…fra passato e futuro. Senza presente

stretto madonninaIeri, domenica, al Palacultura, i club Rotary, kiwanis e Lions hanno organizzato un convegno “Le infrastrutture del sud”. La linea di pensiero evidente che ne è emersa è la volontà di rivendicare il diritto di esistenza della Sicilia come piattaforma logistica dei traffici commerciali del Mediterraneo, attraverso il ripristino del progetto (inserito nei progetti di Bruxelles nel 2008, poi abbandonato, per essere rimesso in discussione durante l’ultimo semestre italiano) di questa linea sud/nord conosciuta come corridoio 1 dell’asse Berlino/Palermo. Progetto che ci coinvolge attivamente al livello locale, ma anche come rilancio nazionale. I nostri governanti sono imboccati dal nord, ma è a sud che dobbiamo guardare. Noi siamo le regioni più protese verso “dove il mondo va”, siamo noi che possiamo dare un vero sbocco per risollevare il paese dalla crisi. È l’Africa che attirerà i motori dell’economia ed è quindi necessario riposizionare l’Italia e la Sicilia in questa nuova visione. Il Ponte sullo stretto è solo una parte imprescindibile dell’asse principale di collegamento tra il medio oriente e il resto d’Europa.
Tanti gli importanti interventi da non essere possibile riportarli tutti, alcune cose più incisive di altre.
“Attività programmatica, coerenza e reputazione” sono – ha detto la professoressa Morace – “elementi essenziali per formulare richieste e progettazioni per lo sviluppo. Sviluppo strettamente legato alla realizzazione delle infrastrutture”. Argomento ripreso dall’ onorevole Attaguile che ha sottolineato come, in teoria, “il reperimento dei fondi privati per finanziare il progetto del ponte (imprescindibile per tutte le infrastrutture) non sia mai stato un problema, l’unica cosa richiesta (e fin’ora mancata) è la precisa progettualità perseguita indipendentemente dal colore politico della leadership”. Appassionato l’intervento del professore Siviero, che con un provocatorio “Mentre in Italia ci facciamo la guerra, altrove si fa”. Con l’ausilio di bellissime immagini, ha presentato i più grandi ponti realizzati, compresi i tre sul Bosforo, l’ultimo dei quali di realizzazione Italiana.
E qui apro una considerazione: purtroppo l’esperienza del Mose, insieme ad altre, dimostrano amaramente, come la riconosciuta eccellenza delle tecnologie italiane al livello internazionale, perde la scommessa proprio in casa propria. Questa eccellenza troverebbe casa nella realizzazione del ponte, che si propone come doppia scommessa dell’eccellenza italiana sul proprio territorio. Il professore Limosani, in collegamento video, ha rimarcato come “l’università e i politecnici fossero pronti ad accogliere questa opportunità proprio allocando a Messina veri e propri centri di studio.”
Il Presidente di Confcommercio Sicilia, Piero Agen, evidenzia un’altra nota dolente: contrappone i tempi di percorrenza del nuovo frecciarossa 1000 (che copre in due ore e venti il tragitto Milano-Roma) agli svilenti tempi di percorrenza delle ferrovie in Sicilia, sostenendo anche che, senza il ponte, l’alta velocità in Sicilia non arriverà mai. Il Ponte non è e non deve essere un sogno perduto, ma un’occasione da
recuperare. La battaglia deve cominciare domani, la politica di qualsiasi colore, deve sentire il fiato del popolo sul collo.
Parto da lontano per dire quello di cui Messina ha bisogno oggi. Parto da tanto tempo fa, da quando Messina era l’orgoglio della Sicilia, e lo faccio dire a Wikipedia: ” Messina, antica città, ha raggiunto l’apice della sua grandezza fra il tardo medioevo e la metà del XVII secolo quando contendeva a Palermo il ruolo di capitale siciliana. Messina, importante e storica sede universitaria fondata nel 1548 da Sant’Ignazio di Loyola.”
Mi fermo qui, perchè Wikipedia poi parla al presente. Un presente che andrebbe “aggiornato” perchè non è più. Si legge infatti: ” Messina è una città con un’economia basata sui servizi, i commerci, il turismo e una rilevante attività industriale nella cantieristica navale da diporto”. Noi sappiamo che non è più così.
Torniamo a “Messina era”. Grazie al suo porto, l’unico porto naturale del Sud Italia, Messina era uno dei primissimi centri commerciali del Mediterraneo; tanto prospera da essere seconda solo a Napoli. Ricca, abitata da cittadini dall’alto valore civico e guerriero. Era talmente bella, e florida, e fiera, da scatenare l’invidia non solo delle altre città siciliane, ma anche delle altre nazioni. A Messina, Giovanni Giolitti organizzava le riunioni politiche del tempo: gli alberghi per ospitare i viaggiatori erano numerosi.
Una città più volte distrutta da eventi naturali e dalla umana cattiveria, ma sempre riuscita a risorgere.
Pensavo a questo stamattina: la mia città, com’era, com’è. Un posto unico al mondo per collocazione e clima; ridotta in miseria, lordume ma, soprattutto, ridotta alla resa. Mi sono chiesta dove sia finito quel sangue fiero che nei secoli si oppose a Spagnoli e Francesi; quel sangue fiero risorto dopo la devastazione di 2 terremoti tra i peggiori che la terra abbia conosciuto. Mi sono chiesta: ne esiste ancora di quella fierezza, di quel coraggio civile di uomini che vogliono riappropriarsi di ciò che è loro, di ciò che è nostro?
Dall’età di 18 anni, sin dal mio primo voto di cittadina consapevole, ho sempre preso molto sul serio la X su quelle schede colorate nel segreto dell’urna. Sono un’idealista, lo sono sempre stata, e ho sempre creduto che davvero quel mio voto servisse ad essere rappresentata, che i miei interessi di cittadina potessero, dovessero, essere portati avanti attraverso quel voto.
Ormai da un po’ sono disillusa. Sento e leggo progetti e proposte dei politici di turno, ed assisto quotidianamente ad una gestione fallimentare della nostra economia; nessuna lungimiranza progettuale, idee frammentarie, senza alcuna programmazione. Richieste, eterne, riduttive, squalificanti richieste di
assistenzialismo per la sopravvivenza.

Io sono arrabbiata, sono solo una cittadina arrabbiata. Sono stanca di eleggere a rappresentarmi persone che hanno come unico interesse il proprio personale tornaconto, persone che si vendono al potere centrale in cambio di una poltrona. Sono sicura che il Sud, e Messina in particolare, abbiano grandi potenzialità, ma dobbiamo smetterla di fare gli accattoni. Basta elemosinare per la sopravvivenza, pretendiamo il diritto al progresso e allo sviluppo come nel resto d’Italia e d’Europa. I nostri governanti locali non ci svendano per un tozzo di pane, e noi smettiamo di fare gli ignavi, di essere rassegnati al
“chisti simu”. Facciamo ribollire un po’ di quel sangue fiero dei nostri avi, per noi e per i nostri figli.

Daniela Micali

 

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