IL potere di Montagnese a Messina: la rete di eccellenti complicità

tribunale-messina 1Tirava le fila di tutto, Domenico Antonio Montagnese, il 50enne che dalla provincia di Vibo Valentia si era trasferito a Messina, e a Messina aveva trovato il suo “paradiso personale”. Come definire altrimenti la facilità di “far soldi” facili e illegali, che l’accusa attribuisce a colui che definisce “organizzatore e promotore del sodalizio”. L’operazione Campus, le indagini della Dia, hanno svelato il potere di un uomo, i suoi intrecci, le sue complicità eccellenti, i suoi diversi metodi di approccio con vittime e sodali. Uno, il più eccellente, secondo l’accusa è Marcello Caratozzolo, il docente di Economia che il sostituto procuratore Liliana Todaro, titolare dell’inchiesta, vede complice interno al più grosso tra i canali di guadagno per il calabrese: l’Università di Messina. Per l’accusa era Caratozzolo a creare la rete di contatti utili al superamento dei test di ammissione a Medicina, di esami universitari o quelli per divenire dottore commercialista. ma non solo ,il docente. Anche amicizie nelle segreterie facilitavano il “sistema Montagnese”.
La somma che lo studente con ansie da esame o, peggio, ignorante, sborsava, era buona per la spartizione tra le varie figure che allestivano la “commedia universitaria”: dai 25mila ai 50mila euro. Ma Montagnese spaziava nella babba Messina.
Dallo studente incompreso o “capra”, passava all’aspirante ufficiale di macchina cui una raccomandazione alla Capitaneria di porto di Palermo costava 2000 euro. A pensarci- scrive il Pm- un grosso avvocato che vantava amicizie nel capoluogo.
O ancora toccava il campo dell’usura. Per l’accusa c’è lui dietro il forzato trasferimento di una coppia di orafi che avevano avuto l’infelice idea di rivolgersi a lui per un iniziale prestito di 7mila euro. Da settemila divennero 50mila. Montagnese per avere quella somma – sostiene l’accusa – percorse tutta la gamma comportamentale del perfetto usuraio: dalla garbata richiesta passò ai solleciti imperiosi, sino a sfociare nelle minacce di morte: per la vittima, la moglie e la loro bambina di appena sei anni.
Per l’accusa, dunque, il calabrese trapiantato a Messina aveva esteso il proprio potere su vari campi. La sua forza intimidatoria era il vantato collegamento con la cosca del suo paese. Ma l’altra forza, quella che ha attecchito maggiormente, è stata la rete di eccellenti complicità. Messina, 13 anni dopo la sua prima definizione di “verminaio”, non mostra di cambiare.

 

 

 

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