Un nuovo modo di pensare al Turismo: punto di forza del Paese e della nostra Regione

turismoNel corso delle ricorrenti crisi congiunturali che affliggono il nostro paese, e la Sicilia in particolare, emerge, sempre più prepotentemente, la necessità che si presti maggiore attenzione a quello che è il vero punto di forza dello stivale: il turismo.

Non sto qui ad elencare i numeri del nostro patrimonio culturale, che consiste in vestigia del passato, opere d’arte in senso lato — siano esse al chiuso di musei che posizionate a cielo aperto nei punti più strategici o impensati della penisola —, per non parlare di scorci visuali o di singoli borghi che consentono tuffi nel passato recente o remoto della storia italica.

In sintesi, abbiamo una dotazione che tutti ci invidiano, ma che non riusciamo a utilizzare e spesso impediamo agli investitori nostrani o stranieri, che ne sono divenuti proprietari, di sfruttare al meglio questi cespiti o bacini culturali.

Ma c’è di più: molte, troppe volte, assistiamo al deterioramento di questi beni che straordinari mecenati del passato ci hanno lasciato o addirittura riusciamo a distruggere per insipienza ed ignavia interi agglomerati che terremoti o eruzioni vulcaniche avevano fortunosamente preservato.

Vi sono anche circostanze diverse da quelle esposte in precedenza, che riguardano in particolare le strutture alberghiere ed in questo la nostra isola non ha nulla da invidiare al resto del paese e la nostra provincia detiene un primato invidiabile.

Nel corso degli ultimi decenni una di queste insieme ad altri cinque alberghi siciliani è passata di proprietà, ovvero dalle cure di una società che faceva capo al Banco di Sicilia e quindi a mamma Regione, è divenuta asset importante di quella che era una primaria azienda di respiro nazionale, che attraverso varie vicissitudini è arrivata al capolinea ed è interessata da una procedura concorsuale.

Questa è una breve cronistoria che in modo duro ed ineludibile mette tutti noi di fronte all’incerto futuro di “location” che hanno fatto la storia della tradizione alberghiera siciliana, una in particolare deve essere attenzionata: il San Domenico di Taormina che nel corso del Novecento è stata meta della nobiltà europea al pari del Timeo.

Il vero problema di queste strutture non è la gestione tout court, ma l’assenza di una programmazione territoriale che l’incertezza amministrativa, soppressione delle provincie e le difficoltà di bilancio dei comuni, hanno amplificato; né si può sottacere il ruolo non certo positivo, di una politica dei trasporti nazionale e regionale inesistente che penalizza la Sicilia e la nostra provincia in particolare.

Nel corso dell’ultima tornata elettorale siciliana, si sono registrate delle novità, quali la presenza del M5S con un considerevole numero di suoi rappresentanti a Sala d’Ercole ed il fenomeno Crocetta con il suo movimentismo a tutto campo, ma esse di per sé sinora non si sono mostrate sufficienti per un vero giro di boa.

Da più parti viene altresì fatta rilevare una presenza abnorme della rappresentanza di interessi settoriali di limitata capacità propulsiva, in seno ai gangli amministrativi della Regione Siciliana, con la contemporanea emarginazione della forza produttiva più importante che va identificata nel terziario di mercato.

Senza nulla togliere, dovrebbe affermarsi la consapevolezza che senza il completo coinvolgimento di tutti gli attori delle diverse filiere produttive, la nostra regione difficilmente potrà scrollarsi di dosso tutti gli stereotipi che in questi anni le sono stati affibbiati, a torto o a ragione poco importa.  

È ormai indispensabile un modo nuovo di intendere la politica, che non può più limitarsi alla distribuzione delle poche risorse disponibili, ma deve insieme a tutte le rappresentanze d’impresa mettere mano ad una vera programmazione capace di individuare nuove risorse ed un loro utilizzo pragmatico per creare percorsi virtuosi tali da riverberare riflessi positivi ad ampio raggio, che in maniera diffusa possano essere beneficiati dal territorio e dalle imprese, piccole o grandi che siano.

Aurelio Giordano

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