Dalai Lama a Messina. Sanò: «Un falso mito della non-violenza. Apriamo gli occhi»

Foto del Dalai Lama - In vista della visita a Messina e TaorminaLe polemiche sulla visita del Dalai Lama a Messina non sembrano placarsi. Dopo il caos dei 120mila euro, messi a disposizione della Fondazione TaoArte, per gli eventi che ospiteranno il 16 e il 17 settembre il leader spirituale a Messina e Taormina, interviene anche il consigliere della VI Circoscrizione Giuseppe Sanò.

In una lettera aperta rivolta alla cittadinanza, e nello specifico ai più vicini al sindaco Accorinti, invita a guardare con occhio più critico la figura del Dalai Lama. Una posizione, la sua, che potrebbe incontrare il favore della polemica e, sicuramente, le perplessità dei più dubbiosi.

Riportiamo qui di seguito le parole del consigliere Sanò:

«Faccio appello al senso critico dei veri amici di Renato Accorinti, alle persone a lui vicine e non ancora asservite ai principi del manicheismo. Mi rivolgo alla cerchia ristrettissima dei sostenitori non del Sindaco ma dell’uomo sorretto dalla sola forza delle sue idee.
Questa lettera non ha valore politico, si ispira a lotte che molti hanno ormai dimenticato e per le quali sarebbero scesi in piazza, forti del proprio sapere e della propria cultura, per opporsi alla più grande mistificazione della realtà.
Ve ne prego, aprite gli occhi al vostro compagno e rendetelo edotto sulla realtà storica.
Chi stiamo accogliendo nella nostra città? A chi conferiremo la cittadinanza onoraria?
Il continuo martellamento mediatico e il lavoro cinematografico condotto ad Hollywood hanno creato un mito, falsando completamente la realtà, come spiega approfonditamente il Prof. Domenico Losurdo nelle 263 pagine del libro “La non-violenza: Una storia fuori dal mito”.
L’altopiano del Tibet, con la sua posizione strategica all’interno della Repubblica Cinese, faceva gola agli Stati Uniti, che nel 1959, ai tempi della rivoluzione Tibetana erano in piena guerra fredda con l’Unione Sovietica, cercavano in tutti i modi di contrastare l’ascesa della Cina. Ecco perché, l’America orienta l’opinione pubblica dell’intero mondo occidentale costruendo il falso mito del Dalai Lama. Infatti, Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, agli occhi di tutti, compresi quelli del nostro Sindaco, incarna il ruolo di leader indiscusso della non violenza.
A svolgere il lavoro sporco, come in altre situazioni analoghe in America Latina, ci pensa la Central Intelligence Agency (CIA). Un funzionario della CIA, John Kenneth Knaus, racconta di come l’agenzia doveva “fare il possibile per tenere in vita il concetto di un Tibet autonomo e sviluppare resistenza contro sviluppi in Tibet guidati dalla Cina comunista”. Sempre secondo Knaus, “Washington si impegnò ad addestrare guerriglieri tibetani nella lotta armata contro l’occupante cinese, ad armarli, e anche a versare 180mila dollari l’anno, come aiuto finanziario al Dalai Lama“. Infine, un docente americano, Daniel Wikler, ci fa sapere che fu un agente della CIA a organizzare la fuga del Dalai Lama dal Tibet: questo agente visse più tardi nel Laos “in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle teste di comunisti morti”.
Così grazie al miracolo operato da Hollywood e dalla CIA, il buddismo tibetano è divenuto sinonimo di pace, tolleranza ed elevata spiritualità.
Cos’è allora che la florida industria cinematografica ha omesso di raccontare?
Proverò a farlo io sinteticamente, utilizzando fonti autorevoli come lo stesso Dalai Lama o suoi amici.
Analizzando la storia del Tibet lamaista, prima della rivoluzione del ’59, è possibile imbattersi in diversi tipi di violenza, la pervasiva, la politica e la sociale.
Heinrich Harrer, cantore entusiasta del Tibet lamaista, prima istruttore e poi amico personale del Dalai Lama non fa mistero delle atrocità perpetrate sul suolo Tibetano, l’elenco di mutilazioni è infinito ma la specialità erano gli arti e l’asportazione degli occhi. Certo le mutilazioni più gravi erano riservate alla casta degli intoccabili come riporta Melvyn Goldstein. Ma la violenza pervasiva del Tibet lamaista forse è poca cosa rispetto alla violenza politica e sociale. Quella tibetana è una società caratterizzata da una forte componente di schiavitù e servaggio. I servi, che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione, sono costretti a svolgere gratuitamente il proprio lavoro per il signore e a subire punizioni corporali. A. Tom Grunfeld nel suo The Making of Modern Tibet in riferimento ai servi del Tibet lamaista cito testualmente: “Essi così privi di potere che dovevano chiedere il permesso per entrare in monastero e persino per sposarsi. Allorché si sposavano due servi di signori diversi, la prole maschile spettava al signore del padre, mentre la prole femminile spettava al signore della madre. Il permesso di lasciare la proprietà, anche per il periodo più breve, per questioni quali le visite familiari, i pellegrinaggi o le piccole faccende commerciali, richiedeva il consenso del signore”. Lo stesso Harrer, amico personale di Tenzin Gyatso, ci spiega come “la teocrazia del Dalai Lama superi ogni immaginazione ed un europeo difficilmente è in grado di capire quale importanza si annetta al più piccolo capriccio del Dio-Re. La supremazia dell’ordine monastico nel Tibet è assoluta, e si può confrontare solo con una severa dittatura: ad essere punito non è soltanto chi agisce contro il potere ma anche chiunque lo metta in dubbio”.
Ma la violenza del Tibet lamaista, perpetrata ai danni dei tibetani appartenenti alle caste più basse, continua a manifestarsi anche oltre la morte: se il corpo dei membri dell’aristocrazia viene inumato o cremato, il corpo vile della massa del popolo viene dato in pasto agli avvoltoi. L’International Herald Tribune descrive minuziosamente uno di questi funerali plebei, col sacerdote che staccava pezzo a pezzo la carne dalle ossa del morto per facilitare il lavoro agli avvoltoi, che già attendevano in cima al monte.
Ecco, ora possediamo qualche elemento in più per comprendere le vere motivazioni che portarono al fallimento clamoroso del tentativo autonomista del Tibet, finanziato dagli Stati Uniti.
Come possiamo immaginare non furono poi in tanti a partecipare alla lotta contro l’invasione cinese, che operò fin da subito una rivoluzione culturale per rendere liberi i tibetani dalla schiavitù e dal servaggio. I tibetani finalmente potevano contare su un salario che li ripagasse del proprio lavoro, i bambini non venivano più sacrificati nei monasteri ma frequentavano le scuole e cessarono le tremende mutilazioni. Chi avrebbe desiderato ritornare ad un governo teocratico? Nessuno, se non il 5-10 % dei monaci lamaisti e dei latifondisti che avevano diritto di vita o di morte sugli oppressi. Chi sono realmente gli esiliati tibetani? Gli stessi che opprimevano le caste più basse e che ora vorrebbero ritornare al potere.
Ora, nel ventunesimo secolo, affievolite le ostilità nei confronti della Cina, anche l’America ha scaricato il Dalai Lama e le sue velleità di restaurazione del suo vecchio potere teocratico.
Dunque il mio appello non è rivolto al Sindaco, chiaramente anch’egli vittima della guerra psicologica alimentata dai mezzi d’informazione, ma a chi ancora, tra i non manichei, è in grado di valutare con senso critico ed oggettivo la storia, liberando Renato Accorinti dalla falsa mitizzazione del Dalai Lama.

Giuseppe Sanò

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