Addio a Jolanda Insana, “poeta”

2-ridimJolanda Insana è un’importante poetessa messinese, è morta il 27 ottobre 2016, nella sua casa, a Roma.

Leggiamo così in una sua poesia: «fo il frutto e poi fiorisco». Sembra subito un enigma: in tanto esubero di pur sottointesi ‘io, io, io’, nei testi dell’Insana non è così immediato intendere chi parli, ed è anzi questa la prima ostilità che ci muovono. Eppure sappiamo di non sbagliare a cogliere di sfuggita proprio la sua fisionomia in questo passo: lei intenta a dipingersi così ‘invertita’ nell’atto di produrre parole.

Così divertita, poi, e irrequieta, come spesso era, e sorniona: se questa parola, che a lei sarebbe suonata così limitatamente italiana, può rendere il godimento sottile di chi rida sotto i baffi come i gatti, anzi di più.

Chi abbia accostato l’Insana conosce la fiera aggressività che impegnava nel fabbricare a raffica parole che uscivano dal suo vulcano prima a spuntoni, poi tornitissime e in punta taglienti, la sua attitudine al verbo ben più felina di quella di un animale domestico: ma l’etichetta romantica di ‘poetessa ribelle’ l’avrebbe avvilita. Dispiace leggerne in giro, di simili involontarie caricature, oggi per lei, sul web. La poesia, se non è parola domestica, è senz’altro −sempre− parola addomesticata, e il ‘selvaggio’ ovvero il ribelle, che pure può essere assunto come sua tematica e che anzi attraversa tutta la sua produzione, è quanto di più lontano dalla forma dei suoi versi, studiatissimi, quasi elucubrati.

Se dispiacciono le riduzioni, certo anche la didascalia che proponiamo brevemente, nel ricordarcela qui, necessariamente limita: proviamo almeno che non soffochi e rimandiamo per un momento qualche ipotesi sul commento che affettivamente immaginiamo avrebbe fatto lei del nostro annuncio, tentiamo di dare notizia della sua vita, prima, del suo frutto, se il fiore davvero viene dopo.

Nata nel 1937, originaria di Monforte, laureata in Lettere classiche a Messina con una tesi sull’opera in frammenti di Erinna, una poetessa greca, amica di Saffo. Trasferitasi nel 1968 a Roma, l’Insana è stata, oltre che studiosa, in basso continuo anche insegnante, certo ‘per vivere’, ma infondo pure appassionata: le piaceva parlare a gente riunita che l’ascoltasse. Ma era soprattutto scrittrice, per lasciar vivere quel ‘più’ che c’era di non immediatamente trasferibile. Ed era traduttrice varia e costante dai classici, perché la lingua è anche una trasmigrazione nei secoli, una trasmutazione da vagliare, smontare e rimontare, e bisogna onorarne nella pratica anche questa potenzialità.

A volte le opere si tramandano, si fanno ‘tradizione’, prendendo la forma delle lingue di oggi, incaricate di sostituire quelle antiche, con la facoltà dell’assomigliare. Come ogni traduttore dei classici che sia filologo ma anche ottimo scrittore, Insana badava a mantenere intatta la loro originalità trasmutandole, appunto, nell’italiano nostro, come cogliendone e rilanciandone il non ultimo esito: i greci Euripide, Alceo, Anacreonte, Ipponatte, Callimaco, i latini Plauto, Lucrezio, Marziale fino ad Andrea Cappellano.

La sua era poesia sperimentale, di quelle che avevano conosciuto e fatto la fucina Novecento, una di quelle poesie che sin dai titoli suonano di lingua ‘strana’, eppure ai siciliani senz’altro non straniera, e anzi così infondo familiare: di quella familiarità d’accenti che ha un discorso di parenti aggrovigliato dalla lontananza tra chi parla e chi ascolta e il cui senso, a tratti colto, ti coglie poi lui, di soprassalto, ed è quasi sempre inquietante…

Come di adulti che parlino di problemi di casa, mentre tu sei piccolo e seduto nell’altra stanza, era la poesia dell’Insana: tra le scene che si possono cogliere nei suoi versi si trova anche qualcosa di simile a questo tra le righe, solo che lì non è una stanzetta di bimba quella tratteggiata, forse è un cortile dopo i bombardamenti, forse uno spiazzo dirupato…

La sua poesia aveva l’ansia della fine delle cose siciliane e sapeva bene che irrorare di pinzimoni le delizie di una buona tavola, come fanno i poeti ricercati con le parole che vestono riccamente la

verità delle cose, è quasi sempre uno spargere sugo su carni prelibate ma morte. Aveva questa sapienza e questo sapore dei corpi che nutrono corpi la poesia dell’Insana e nutriva, ma aggressiva.

La sua prima pubblicazione è per i tipi raffinati di Guanda, nel 1977, sotto l’occhio di Giovanni Raboni: il primo titolo lo capiamo bene e dal dialetto forse non vorremmo doverlo tradurre, Sciarra amara. E poi altri libri, dove dialetto ed esperimento si confondono, dove lingua della culla e lingua dell’officina si fondono: Stiticchio e schifio (piace scriverlo senza gli accenti obbligati dell’edizione italiana), Lessicorìo ovvero Lessicòrio (e qui la partecipazione del lettore al gioco del poeta obbliga all’osservanza tipografica…) e via, attraverso i pericoli del significante dispiegati nei Fendenti fonici (1980) fino a Turbativa d’incanto, del 2012, passando per Il collettame (1982), e altre definizioni della sofferenza: La clausura (1984), la Medicina carnale (1991), L’occhio dormiente (1994) che non è quello di una fanciulla che sogna, ma è il taglio doloroso che certe piante subiscono prima di un innesto, La stortura (2000), La tagliola del disamore (2002), e i Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina (2009) che provano che è dei poeti anche l’umiltà, che certa poesia raffinata può scendere dal piedistallo e prestarsi ad assumere i modi della più semplice raccolta di testimonianze, viaggio più piano all’origine di certe ferite anormali che, proprio in quanto collettive, vanno ricordate con linguaggi più vicini alla normalità, nella lingua più immediatamente condivisibile.

Un esordio a quarant’anni che rivela il crisma delle primavere tardive dei Siciliani, dunque, una migrazione oltremare, che segna più profondamente i Messinesi, un viaggio breve, giusto arrivare a Roma e lì fermarsi.

Non si sapeva come parlare all’Insana. In occasione del Premio Cattafi, che la portava nella nostra città, nel 2008, ricordo un giovanissimo poeta e giornalista messinese, contento e imbarazzato, accostarla nel tentativo di un’intervista durante la quale lei, che scriveva «pupara sono», più che parlare gesticolava forte, come di chi non sia semplicemente meridionale, ma anche di questo faccia a suo modo un’arte, gesticolava accomodante eppure sdrucciolevole. Anche così si cresce, da giovani poeti. Dirle che la sua poesia era difficile? Ma quando mai: non va tutta capita la poesia. Dirle che ti piaceva? Ma quando mai:non è strumento di piacere una tagliola. Dirle infine che diceva qualcosa? Ma per carità, la poesia soltanto ‘è’. Se la accostavi da fan lo capivi, perché cominciavi a voler fare complimenti, con un «la tua poesia è…» e lì finivi. Forse è per dare questo insegnamento che, con la rude dimestichezza che la maestra dispensa benevola ai suoi piccoli, Jolanda si lasciava avvicinare paciosa e poi amava amabilmente disarmarti. I lettori giovani vogliono dire a poeti quello che sono per loro. E i poeti ovviamente li fuggono: sono centauri, personaggi pubblici solo a metà, per il resto, fisiologicamente, sono animali solitari.

Un poeta, se scrive, è perché non ama commentarsi, tranne che questo non sia a sua volta una forma d’arte, come nella bella autointervista che dell’Insana si può leggere in calce al volume di Tutte le poesie che Garzanti pubblicava nel 2006, negli Elefanti.

Restia alle troppe definizioni, Jolanda non era però parca di commenti sul mondo. Chi la conosce sa dunque che a leggere le prime righe di questo tentativo di commiato, Jolanda sarebbe stata colta da quei due o tre non celabili accessi di nervosismo che la rendevano se stessa.

Uno: era un’adorabile burbera e come tale odiava l’adulazione, forse perché, a forza di esercitarla essa offende la lingua riducendola a serva carezzevole, ché se la lingua è serva deve esserlo del suo poeta, o del suo daimon, del suo demone greco interiore che lo invasa, certo non della vanità. Jolanda non avrebbe sofferto, al suo indirizzo, l’impiego di un aggettivo così declamatorio come ‘importante’: la magniloquenza non è dei poeti. Eppure, su personalità ‘importanti’, ma appunto purtroppo non assai note, le vie slabbrate e necessariamente semplici della comunicazione larga richiedono parole univoche e forti come ‘importante’. E perché le parole non risultino spicce si può seguire un metodo: analizzarle. ‘Importante’ è in definitiva chi porta qualcosa. E Jolanda portava poesia. La portava non troppo in giro, per la verità.

Anche per questo conoscerla era prezioso. A Messina Jolanda tornava da sempre, nella riservatezza della casa delle sue vacanze: come tutti gli uccelli meridionali che volano al contrario, svernava nel Nord relativo che si era trovata, e scendeva a Sud nella bella stagione. E fino a un certo punto non è

che fosse poi così nota al suo mondo… Eppure, negli ultimi anni della sua vita, Messina l’aveva conosciuta.

L’Università che l’aveva formata si informava su di lei, e ne accoglieva il portato intellettuale, riconoscendo la grande risorsa che sono i poeti viventi. Serbatoi dai quali non solo è possibile attingere, ma coi quali si può ancora interloquire. Li si può forse persino riempire nuovamente, anche passando per la via del riconoscimento di valore, della stima, a volte anche dell’amicizia. Prima un convegno organizzato da Dario Tomasello, nel 2007 (nella foto l’Insana con l’attrice Sonia Bergamasco in occasione della lettura poetica che si tenne alla Sala Laudamo, in quell’occasione), poi il già citato premio Cattafi, l’anno successivo. E ancora, a ruota, una serie di eventi minori in contesti familiari, serate in cui potevi sentirla leggere le sue poesie apprezzando il raffinarsi progressivo dei mezzi della sua declamazione, presentazioni dei suoi libri… Era l’accoglienza tributatale da Messina nel contesto degli studi di letteratura contemporanea.

Il secondo plausibile momento di irritazione di Jolanda: lei non amava sentirsi chiamare poetessa, preferiva chi di lei sapesse dire: ‘ecco un poeta’. Non che costringesse gli amici a ripiegare verso immotivate dizioni anomale, nel timore reverenziale che impaccia ogni espressione contemporanea sul genere. L’aspetto linguistico delle importanti ma anche imperanti questioni gender non le interessava poi troppo, con quel loro girare intorno alle vulgate di moda. Jolanda era una classicista, dirsi ‘poeta’ era forse solo questione di prima declinazione. Davvero la prima declinazione latina “contempla in prevalenza nomi femminili, con qualche eccezione, come i maschili poeta-ae, etc…”? Forse Jolanda pensava semplicemente che a scuola non ce la raccontavano giusta. Forse pensava al fatto che il suo cognome in arabo vuol dire ‘l’uomo’, nel senso di ‘essere umano’: con certezza si applicò anche a questa traduzione forse per lei non troppo marginale. E poi ‘poetessa’ è troppo lungo, ti si stanca la lingua a dirlo. Il poeta ripone altrove i propri sforzi, sa che la vera poesia è sempre sintetica.

Infine, definire Roma come la casa dove è morta sarebbe stato troppo, con una punta di campanilismo ci piace immaginare che anche su quello ci avrebbe regalato qualche borbottio: casa è cosa troppo complessa, la sicurezza che questa parola nel dizionario di Jolanda inglobasse anche Messina ce la regala la testimonianza collettiva dei suoi concittadini intorno agli ultimi anni della sua vita.

Non è facile dire se Jolanda fosse una donna simpatica o antipatica. Noi siamo abituati a mangiare limoni e sale, confidando che insieme ‘si smorzino’. Lei era una scrittrice e la sua solitudine, utile alla scrittura ma facilmente fraintendibile come il ritiro misticheggiante di una sacerdote, fortunatamente non ne smorzava l’agro, non lasciava che lei si sentisse svilita nell’accomodare, nel troppo commerciare col mondo. Sicuramente, specialmente a noi siciliani, risultano simpatici gli scherzi amari della sua lingua.

Certo è comunque che nella sua lingua c’era una fortissima richiesta di entrare in simpatia: vai all’etimologia e ti accorgi che tutta questa simpatia è sempre una richiesta di ‘patire insieme’. La simpatia anche umana di Jolanda era di questa natura, era sympatheia, di quelle di chi conosce gli etimi, e intravede gli esiti che crede di intravedere…

La lingua di Jolanda non servile le era cucita addosso, sua simpatica serva recalcitrante. Una sua poesia descriveva questa lingua stretta dentro la morsa naturale della bocca, se è natura pure una malattia che fa la lingua troppo esuberante e l’osso che non le sta dietro e finisce per contenerla senza volerlo. E quella vuole scappare.

«Quale parola ti sfuggì dal recinto dei denti?» recita l’Odissea in una famosa traduzione che non è sua. Il corpo così esuberante, così in primo piano, era forse il recinto della poesia dell’Insana. Tanto in primo piano da diventare poi invisibile alla maturità che porta con sé certa compensatoria presbiopia: c’era anche molta anima nei suoi versi. Ma è come delle questioni gender. ‘Anima’ non fa moda. E proprio per questo, per salutarla, prendiamo in prestito un suo verso non di moda, che illumina questo suo momento di adesso: «l’anima corporale si fa azzurra». E quanto significato c’è in questa aggettivazione.

Su Jolanda si è scritto, non troppo ma ora fortunatamente più di prima. Inceppati pure nella chiostra della sua dizione, in passato abbiamo forse scantonato troppo dai problemi che pone il suo testo, definendola sibilla contemporanea, di quelle che.. vacci a capire…

Poeta, certamente, sacerdote o sibilla, probabilmente, di sicuro non santa accertata, ma forse un po’ santona, sì, l’Insana, di quella ‘santonità’ ambigua e inafferrabile della tradizione più popolare, perché c’era tantissimo popolo nei suoi versi e forse era quello il suo corpo più vero.

La Sibilla di tradizione romana leggeva l’oracolo sulle foglie, prendendole a caso nella confusione del vento che apre e chiude la porta dell’antro e le rimescola. Le carte di Jolanda Insana, secondo i documenti fotografici che ne abbiamo, stavano a volte attaccate sui fili per stendere, dentro il suo antro romano. Quelli erano fogli, pur parenti delle foglie, e lei li prendeva, dopo averli assicurati dagli eccessi del disordine, li avviava alla dizione per lei più significativa. Poi i dolori, lì spesso contenuti, li tramutava in doglie, oracolari, sì, certo: robusti e femminili dolori in quanto ha di femminile il poeta nell’atto del parto dei suoi versi, quando i versi si fanno pubblicazione. Se questa eredità si legge non si perde e se Messina saprà muoverne cultura sicuramente si rialzeranno anche queste foglie: le foglie ferme solo se passa il vento non fanno muffa.

Fabrizia Vita

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